Domenica, Maggio 20, 2012

Le chicche veneziane di MariaRosa

Di doge non c’è n’è uno solo!   Era molto forte fino a qualche decennio fa la rivalità tra le due opposte fazioni in cui si suddivideva la popolazione di Venezia: i castellani e i nicolotti. I Castellani abitano nella riva sinistra del Canal Grande, nei sestrieri di Castello, Cannareggio e San Marco, mentre i Nicolotti su quella destra e quindi nei sestrieri di Dorsoduro, Santa Croce e San Polo. I nomi derivano dal sestriere di Castello, nucleo originale della nascita della città, e dalla devozione a Dorsoduro per San Nicolò venerato nella chiesa detta “dei Mendicoli” dal nome dell’isoletta su cui sorge, la Mendigola appunto. I Castellani portavano per distintivo il berretto e la sciarpa rossi, mentre i Nicolotti il berretto e la sciarpa neri.La Serenissima aveva tutto l’interesse a mantenere viva questa rivalità, che sfociava spesso in risse e lotte, per forgiare un popolo di guerrieri e soldati pronti a combattere per la difesa della Repubblica. Emblematica la zuffa che ogni anno si svolgeva sul famoso “Ponte dei Pugni”, nei pressi di San Barnaba a Dorsoduro, durante la quale vinceva chi faceva cadere in acqua l’avversario in un tempo in cui i ponti di Venezia non avevano le ringhiere. Nel 1705 la battaglia dei pugni degenerò in modo violento e la Serenissima decise di vietare questo tipo di gara. I Nicolotti avevano inoltre un proprio rappresentante eletto dal popolo, il gastaldo dei Nicolotti, meglio detto doge dei Nicolotti, il quale il giorno dopo la sua elezione, in un delirio festante, si recava in Palazzo Ducale dove veniva accolto dal Serenissimo Doge e con questi si scambiava un fraterno abbraccio, segno alla fine dell’unità e del rispetto tra le due fazioni per il bene della città.

Lunedi, Maggio 14, 2012

Le chicche veneziane di MariaRosa

Dai, dai dai, dagli una spinta…  Vicino a San Marco esistono sottoportico, ponte e fondamenta dei dai, nome particolare che secondo la tradizione deriverebbe dalle grida del popolo verso i congiurati di Bjamonte Tiepolo che dopo la sconfitta riportata il 10 giugno 1310 fuggivano da Piazza San Marco. Ecco che le incitazioni “dai, dai” ovvero “dagli, dagli” verso i fuggitivi sarebbero rimaste nella toponomastica del luogo. In tutti gli antichi documenti veniva però utilizzato il termine dadi, poichè qui era uso giocare e scommettere ai dadi, che in dialetto veneziano si chiamano per l’appunto dai, cadendo la seconda d. 

Domenica, Maggio 13, 2012

Le chicche veneziane di MariaRosa

Pane e sangue   Viveva in quel di Venezia, nel lontano 1507, un aiutante fornaio che aveva bottega in calle de la Mandola. Si chiamava Piero Fasiol, venne giustiziato per errore e divenne così simbolo di tutte le vittime dell’ingiustizia. Il povero Piero, garzone nel forno del padre, una mattina nel recarsi al lavoro si accorge di qualcosa di luccicante sul ponte degli Assassini e raccoglie l’oggetto, che si rivela essere il fodero di un pugnale d’argento. Lo mostrerà alla sua morosa Annella, che lavora come domestica a Ca’ Barbo, sulla strada per il forno. La ragazza è spaventata, non vuole saperne nulla di quell’oggetto da cui possono arrivare solo guai. Chiede al suo moroso di riportarlo dove lo aveva trovato e Pietro obbedisce. Arrivato al ponte vede una persona distesa a terra e si avvicina per sincerarsi che non abbia bisogno di aiuto: in realtà è un cadavere. Avvicidandosi si macchia di sangue il grembiule da fornaio e riconosce il morto: è Alvise Guoro, giovane cugino e frequentatore assiduo di Clemenza Barbo, moglie di Lorenzo e padrona di Annella. In un attimo tutto precipita a causa di una tal Nineta e di un falegname che vedono e riconoscono il fornaretto macchiato di sangue e con il fodero del pugnale ancora in mano. Immediatamente decidono di aiutare Piero invitandolo a scappare poichè pensano che abbia perso la testa. Ma ecco che le guardie hanno già raggiunto il luogo del delitto e il poveretto non fa a tempo a spiegare le proprie ragioni. Si instaura un processo e alla fine Piero, vinto dalle torture confesserà ciò che non ha commesso, verrà condannato ad essere decapitato, indi squartato e posto a ludibrio del popolo ai quattro angoli della città. Il giorno dell’esecuzione tutto è pronto tra le colonne di Marco e Todaro, quando un servo della famiglia Barbo parte dalla residenza in calle de La Verona verso Piazza San Marco urlando l’innocenza del fornaretto: messer Barbo ha confessato alla moglie l’omicidio del parente perpetrato per gelosia. Purtroppo all’arrivo del servo il boia ha già decapitato il fornaretto. Il giorno seguente il Doge Leonardo Loredan convoca i giudici e lancia loro un monito che verrà ripetuto per tre secoli nelle aule giudiziarie, nel corso di processi che possano condurre ad una possibile condanna a morte: “ricordéve del pòvaro fornareto”. Da allora si decise di porre due lumi, tenuti accesi tutte le notti, all’esterno della finestra della Basilica di San Marco che si affaccia sulle due colonne tra le quali venne giustiziato Piero Fasiol a perenne monito dell’errore giudiziario che si era abbattuto sul povero fornaio.

Mercoledi, Maggio 2, 2012

Le chicche veneziane di MariaRosa

La MalcontentaChi si contenta gode    La Malcontenta è una località della provincia di Venezia, divisa in due dal Naviglio del Brenta, con la peculiarità di essere allo stesso tempo una frazione del comune di Mira che una parte del comune di Venezia. L’edificio più famoso sul suo territorio è Villa Foscari detta appunto La Malcontenta, teatro secondo la leggenda delle disavventure della bella Elisabetta Dolfin Foscari, donna infelice che qui era stata rinchiusa, detta la Dama Bianca. Vedova in giovane età, andò sposa a Nicolò Foscari nel 1555. A causa della sua indole libertina e per le numerose infedeltà che avevano destato scalpore a Venezia, il marito decise di confinarla in questa villa di campagna fino alla fine dei suoi giorni. Il suo fantasma inquieto si aggirerebbe ancora nella villa. In realtà il nome della località, da cui la villa prese il nome, deriva dal fatto che le acque del fiume Brenta giungevano in questa zona con una massa d’acqua imponente e disordinata e non potevano essere contenute se non malamente, in latino “male contempta”.

Mercoledi, Aprile 25, 2012

Le chicche veneziane di MariaRosa

BocoloRose rosse per te ho comprato stasera…    In tutta Italia il 25 aprile è una ricorrenza importantissima, festa della liberazione dal nazi-fascismo, e a Venezia viene a coincidere con la Festa veneziana per eccellenza: il giorno del Santo Patrono Marco. Le sue reliquie si trovavano in terra islamica, ad Alessandria d’Egitto, fino all’anno 828 quando due mercanti veneziani, Buono da Malamocco e Rustico da Torcello, le portarono in quel di Venezia. Leggenda vuole che per trafugare le spoglie mortali del santo essi le abbiano nascoste sotto un carico di carne di maiale, animale considerato impuro dai musulmani, che si videro così soffiare sotto il naso le sacre reliquie. San Marco era già precedentemente venerato a Venezia e in tutta la regione poichè mentre era in vita avrebbe evangelizzato le genti venete divenendone Patrono ed emblema sotto forma di leone alato. La commemorazione è oggi ridotta al solo 25 aprile, data della morte del Santo, ma ai tempi della Serenissima si festeggiava anche il 31 gennaio, Dies translationis corporis, e il 25 giugno, giorno in cui nel 1094 dogante Vitale Falier avvenne l’apparizione del Santo nella Basilica a lui dedicata. In occasione della festa del Patrono i Veneziani usano donare un bocolo, ovvero un bocciolo di rosa, rigorosamente rosso alla propria amata, o, i più piccoli soprattutto, alla propria mamma. Le origini di questo dono affondano come sempre nella leggenda. Si narra del contrastato amore tra la nobildonna Maria Partecipazio ed il trovatore Tancredi. Egli, nel tentativo di superare gli ostacoli dati dalla diversa classe sociale, parte per la guerra cercando di ottenere gloria militare in modo da esser considerato degno della sua amata. Cade ferito a morte nella guerra contro i Mori e accasciandosi sopra un roseto bianco questo si tinge con il rosso del suo sangue. Tancredi morente affida a Orlando il paladino un bocciolo tinto di quel roseto perché lo consegni alla sua amata Maria. Orlando fedele alla promessa giunge a Venezia il giorno prima della festa di San Marco e consegna alla nobildonna il bocciolo quale estremo messaggio d’amore del povero spasimante. La mattina seguente Maria Partecipazio viene trovata morta con il bocciolo rosso posato sul cuore. Da allora gli amanti veneziani usano quel fiore come emblematico pegno d’amore.

Lunedi, Aprile 23, 2012

Le chicche veneziane di MariaRosa

El paron in macerieCampanili alcolici  Il campanile di San Marco con i suoi 98,6 metri è uno dei simboli più amati di Venezia, tanto che i veneziani lo chiamano affettuosamente El paròn de casa, ovvero il padrone di casa. Danneggiato nei secoli più volte da fulmini e terremoti, il 14 luglio 1902 crollò su se stesso, fortunatamente senza causare vittime nè danni ai vicini monumenti. Il crollo del campanile provocò commozione nei veneziani che decisero dovesse essere ricostruito “dov’era e com’era”. Dieci anni più tardi svettava ancora maestoso nella Piazza più bella del mondo. La Basilica deve la sua salvezza alla piera del bando, un tronco di colonna in porfido utilizzato al tempo della Serenissima per annunciare le leggi al popolo, che protesse l’angolo destro della chiesa. El paron de casa era anche luogo di punizione per alcuni reati commessi da membri del clero, condannati al suplissio dea cheba, ovvero l’esposizione in una piccola gabbia appesa al campanile. La torre è dotata di cinque campane i cui nomi sono legati alle occasioni in cui venivano anticamente utilizzate. La Marangona, la campana più grande, l’unica ad essersi salvata dal crollo, annunciava l’inizio e la fine dell’orario di lavoro dei marangoni, cioè dei carpentieri dell’Arsenale, e dava il primo avviso per le sedute del Maggior Consiglio. Le altre 4 campane furono rifuse e donate alla cittadinanza da papa Pio X. La Nona batte il mezzogiorno, mentre la Trottiera dava il secondo segnale ai nobili che dovevano partecipare alle riunioni del Maggior Consiglio, che al suo suono mettevano dunque al trotto i cavalli, in un’epoca in cui era usuale spostarsi a cavallo in città. La campana detta Mezza Terza o dei Pregadi annunciava le riunioni del Senato, i cui membri erano detti appunto Pregadi, mentre la Renghiera o campana del Maleficio, nonostante sia la più piccola, era la più temuta poichè i suoi rintocchi annunciavano le esecuzioni capitali. In passato alla base del campanile erano poste numerose piccole osterie di mescita vino, collocate su bancarelle mobili che venivano spostate durante il giorno, specie d’estate, al muoversi dell’ombra del campanile per garantire un minimo di fresco agli avventori. Ecco che da qui nasce il modo di dire tutto veneziano andemo a bever un’ombra , col significato di andiamo a bere un bicchiere di vino all’ombra del campanile. Da qui deriva anche il diminutivo ombreta per indicare un piccolo bicchiere di vino.

Mercoledi, Aprile 4, 2012

Le chicche porno-veneziane di MariaRosa

Torte sconce   A Venezia e un po’ in tutto il Veneto è uso preparare una torta dal simpatico nome di putana, dolce di origini antichissime preparato una volta in un recipiente chiamato covercio, coperchio in dialetto, e posto sotto le braci del camino. Preparata nel periodo invernale, in genere dopo le feste di Natale così come la pinza che si prepara tradizionalmente per l’Epifania, si faceva spesso e volentieri con quel che si aveva in casa. Così come la pinza veneta, ingrediente principale è la farina di mais per polenta. Variante è la torta putana gentile fatta col pane raffermo. Il nome forse deriverebbe dal fatto che si prepara con ciò che ci si trova in dispensa e tutto quindi le vada bene, così come le vere “belle di notte” non guardano tanto per il sottile quando lavorano.

Martedi, Marzo 27, 2012

Le chicche veneziane di MariaRosa

Merletto buranelloAaaaariaaaa ti respiro ancora e sei nell’aaaaariaaaa   Una delle più famose leggende veneziane narra di un povero pescatore buranello che durante un’uscita in mare verso l’oriente venne tentato dal canto di un gruppo di sirene. L’uomo seppe resistere ai loro incanti ammaliatori e per questo ricevette un dono dalla regina delle sirene. Ella, rimasta affascinata dalla fedeltà di costui verso la sua promessa sposa, colpì con la coda il fianco della nave e dalla schiuma creatasi dal movimento dell’acqua, formò un velo nuziale per la giovane sposa. Arrivato il giorno delle nozze la ragazza fu ammirata ed invidiata da tutte le giovani di Burano e costoro, invidiose, cominciarono ad imitare il merletto del suo velo utilizzando ago e filo sempre più sottile senza il supporto di una tela, sperando così di creare un ricamo ancora più bello. Ecco nato il famoso “punto in aria” con cui venivano eseguiti disegni geometrici, fiori, animali e volute. La tradizione però nel tempo andò sbiadendosi e si perse questa abilità nelle giovani generazioni finchè nel 1872 per volontà del deputato Paolo Fambri, della contessa Andriana Marcello e con il patrocinio della Regina Margherita, si creò la Scuola dei Merletti di Burano allo scopo di rilanciare la storica attività di produzione del merletto ad ago nell’isola, in un momento caratterizzato da una grave crisi economica per gli abitanti. I manufatti della scuola riscossero un considerevole successo sia in Italia che all’estero, tanto che nel nel 1899 venne deciso di applicare ai merletti di Burano un marchio di fabbrica per distinguerli da quelli della concorrenza: un nastrino bianco con la scritta in seta gialla “Scuola Merletti di Burano, Patronato di Sua Maestà la Regina”, chiuso da un piombino. Da allora il merletto di Burano è diventato simbolo stesso dell’isola. 

Giovedi, Marzo 8, 2012

Le chicche veneziane di MariaRosa

Rosa, rosae, rosae, rosam, rosa, rosa…  Il toponimo Venetia non era utilizzato anticamente per indicare la città lagunare, ma tutta la regione abitata dai Veneti, all’incirca gli attuali Veneto e Friuli. Una particolarità del nome latino della città di Venezia è che esso è un pluralia tantum, si declina cioè al plurale ed è quindi Venetiae e non Venetia. Questo forse deriva da fatto che la città veniva concepita come l’unione di più centri sorti sulle diverse isolette e poi fusi insieme, costituita pertanto da una pluralità di elementi. Nei documenti antichi la regione compariva quindi al singolare Venetia, ma quando ci si riferiva alla città si ricorreva invece al plurale: Venetiarum Civitas, letteralmente la Città delle Venezie. Anche la città di Atene era considerata allo steso modo, essendo essa costituita di più circoscrizioni, i demi.

Sabato, Marzo 3, 2012

Le chicche veneziane di MariaRosa

Antonio CanovaUn Canova a pezzi   Il Canova è considerato universalmente come un genio della scultura, degno erede di Fidia e Prassitele e uomo che ha letteralmente fatto dell’arte la sua ragione di vita. Fedele a questo impegno volle che alla sua morte il suo corpo fosse smembrato e, quasi moderno santo, le sue reliquie venissero conservate in tre luoghi diversi. La mano destra, artefice dei suoi capolavori, venne donata all’Accademia di Belle Arti di Venezia dove il Canova studiò il corpo umano e la sua rappresentazione, mentre il suo cuore venne tumulato nella Chiesa di Santa Maria Gloriosa dei Frari sempre a Venezia nel cenotaffio a lui dedicato dai suoi allievi. Il resto del corpo trovò riposo nella chiesa della Santissima Trinità, detta Il Tempio per le sue forme classiche, dallo stesso Canova progettata a Possagno, suo paese natale dove trova sede la celeberrima gipsoteca con la raccolta dei suoi modelli in gesso per le grandi statue poi scolpite in marmo. Dopo alcuni anni di abbandono in un armadio a seguito di un trasloco, la mano destra del Canova è stata recentemente restituita dall’Accademia di Venezia ed è ora inumata insieme al corpo. Il cuore invece rimane al suo posto, almeno per il momento… è proprio vero che c’è chi a Venezia ci lascia il cuore!

Domenica, Febbraio 19, 2012

Le chicche veneziane di MariaRosa

Colonne rosaNoi siamo le colonne…   In Piazza San Marco le colonne sono protagoniste assolute. Le colonnine del primo loggiato di Palazzo Ducale sono di pietra chiara, tutte tranne due che sono rosa. Qui secondo la tradizione venivano lette le sentenze di pena capitale. Le esecuzioni avvenivano poi proprio tra le due colonne di San Marco e di San Todaro, il nome veneziano per Teodoro di Amasea, primo patrono della città, da cui il modo di dire ancor oggi in uso “esser tra Marco e Todaro” per indicare una situazione tutt’altro che piacevole. Ancora oggi tra i veneziani persiste l’uso superstizioso di non attraversare lo spiazzo tra le colonne. Sempre da una colonna era offerta un’ultima speranza per i condannati: sul lato di Palazzo Ducale che si affaccia al mare è presente una colonna dal basamento molto stretto e consumato dai tanti condannati che hanno provato a girar intorno alla stessa senza cadere dal basamento. Se ci fossero riusciti sarebbero stati graziati, ma la prova non venne mai superata. La leggenda narra che le due colonne megalitiche di Piazzetta San Marco, giunte da Costantinopoli, in origine dovessero essere tre, ma che durante la fase di sbarco una di esse finì a fondo nel mare prospicente e non venne mai ritrovata. La statua del leone di San Marco è in bronzo e si pensa potesse rappresentare in origine una chimera a cui furono aggiunte le ali, mentre quella di San Todaro è di marmo e raffigura il santo mentre uccide un dragone dalle fattezze di coccodrillo, probabile assemblaggio di due diverse statue preesistenti. Fu comunque solo grazie all’ingegno di Nicoló Stratonio, costruttore bergamasco, che le colonne megalitiche poterono essere issate attraverso l’ingegnoso metodo dell‘“acqua alle corde” che servì anche per evitare che l’obelisco di Piazza San Pietro a Roma si schiantasse al suolo. Una corda bagnata aumenta il suo diametro, diminuendo in lunghezza così che la trazione esercitata dall’accorciamento delle funi fu sufficiente per alzare la testa delle colonne di alcuni centimetri. Furono posti dei rialzi di legno e si ripetè l’azione più e più volte fintanto che le colonne non furono verticali. L’ammirazione per tale ingegno fece guadagnare al bergamasco la concessione da parte della Serenissima dell’unica licenza a gestire una bisca per il gioco dei dadi, fino ad allora severamente proibito in tutta Venezia. Lo spazio per esercitare questa professione gli venne concesso però nella parte della Piazza compresa fra le due colonne, in questo modo la Serenissima cercava di mettere comunque un freno a questa attività visto che i cittadini cercavano di evitare il lugubre posto in cui venivano anche commesse le pubbliche esecuzioni, ma la febbre del gioco ebbe la meglio. Da allora lo Stratonio fu soprannominato il Barattiere, e col tempo divenne il suo cognome ufficiale, tanto da inserire tre dadi nello stemma di famiglia in ricordo dell’origine della loro fortuna.

Giovedi, Febbraio 16, 2012

Le chicche veneziane di MariaRosa

Il mio impero per un’isola!   Leggenda narra che le spoglie mortali di Sant’Elena Imperatrice, madre di Costantino, furono trasportate via nave da Costantinopoli. Il vascello però andò ad arenarsi su alcune secche vicino all’isola di Olivolo nella zona di S. Pietro di Castello a Venezia. Nonostante gli sforzi dell’equipaggio per disincagliare la nave, non si riuscì a smuoverla di un metro. Si decise pertanto di scaricare tutta la merce, compresa l’urna contenente le spoglie mortali della Santa, onde alleggerire la nave e liberarla dalla secca, cosa che in effetti accadde. Si provvide a ricaricare tutta la mercanzia, ma non appena l’urna venne riportata sulla nave questa rimase di nuovo bloccata. Questo evento venne interpretato come la volontà di Sant’Elena di rimanere in quell’isola, all’epoca disabitata. E così fu. Ancora oggi riposa nella chiesa a lei dedicata.

Lunedi, Febbraio 6, 2012

Le chicche veneziane di MariaRosa

Ma dove vai bellezza in vaporetto? A Venezia le strade si chiamano calli, le piazze campi o campielli, i canali d’acqua rii, le vie lungo i rii sono le fondamenta, le case nobili le Ca’. Esistono solo una Piazza, quella di San Marco, un Palazzo, quello Ducale e un Canale, il Canal Grande. Per segnalare gli indirizzi si usano solo le indicazioni dei sestrieri, le sei suddivisioni della città, e il numero civico. Per esempio “San Marco 1” è l’indirizzo di Palazzo Ducale, ovvero la prima casa del sestriere di San Marco. La calle non viene riportata negli indirizzi veneziani. Tutte le indicazioni stradali sono comunque sempre segnalate agli angoli dei muri delle case, dipinte ad affresco in nero su sfondo bianco su quelli che sono chiamati in dialetto veneziano nizioleti, lenzuolini, poiché ne ricordano la forma e il colore.

Sabato, Febbraio 4, 2012

Le chicche veneziane di MariaRosa

Mi stanno proprio girando le ballotte! Dal francese ballottage deriva il nostro termine ballottaggio, ovvero la scelta al secondo turno di una elezione tra i due candidati maggiormente votati. Ma all’origine di tutto troviamo una usanza veneziana secondo la quale il Serenissimo Doge veniva scelto dai componenti del Maggior Consiglio attraverso una complicatissima e arzigogolatissima serie di votazioni e di estrazioni di sferette, delle ballotte per l’appunto. Vicino a San Marco troviamo tutt’oggi una “Calle delle Ballotte” a memoria dell’antico metodo di elezione del Doge.

Domenica, Gennaio 29, 2012

Le chicche veneziane di MariaRosa

Stardust   La cipria prende il nome dall’Isola di Cipro, consacrata nell’antichità alla dea della bellezza, Afrodite. Da qui il nome di polvere di Cipro con cui divenne diffusissima in tutta Europa, specialmente per profumare e imbiancare le parrucche che, dal Re Sole in poi, ornavano le teste dei nobili. Dalle parrucche il suo utilizzo si spostò ai visi, in modo tale da renderli pallidi e opachi, simbolo di nobiltà, per differenziarsi dal colorito di chi stava all’aria aperta e quindi faticava come i contadini. Vicino a Piazza San Marco troviamo Corte nuova della Polvere, che prende il suo nome proprio dalla presenza in loco di una manifattura della polvere tanto amata ancora oggi dalle donne di tutto il mondo.