Mercoledi, Maggio 9, 2012

Le chicche meneghine di MariaRosa

Stemma CaVola colomba bianca vola   Fino al secolo scorso è stata attiva a Milano la Pia Casa degli Esposti e delle Partorienti in Santa Caterina alla Ruota, istituzione appartente all’Ospedale Maggiore di Milano. La cosiddetta Ca’Granda aveva come stemma una colomba poichè l’ospedale era dedicato alla beata vergine Maria Annunciata, il cui simbolo è lo Spirito Santo sotto forma di colomba annunciatrice. Pertanto i piccoli non riconosciuti lasciati al brefotrofio milanese venivano battezzati con i cognomi Colombo, il più usato, oppure Colombi o Colombini. I bambini ospiti dell’orfanotrofio erano anche soprannominati culumbìtt, ovvero piccoli colombi in dialetto meneghino. Questa abitudine andò avanti per secoli e durò fino al 1852, allorchè il governo austroungarico d’invasione decise che si dovesse smettere di attribuire il cognome Colombo ai piccoli orfani poichè alle visite di leva vi erano troppi casi di omonimia, essendo un cognome oramai divenuto diffusissimo in tutta la provincia. Ancora oggi sul portale d’ingresso dell’Università Statale di Milano, ospitata nell’antico edificio della Ca’Granda in via Festa del Perdono, è visibile il bassorilievo con l’arcangelo Gabriele su un lato, la vergine Maria sull’altro e al centro lo Spirito Santo in forma di colomba. Secondo il Codice Napoleonico infatti, generalmente, se l’esposto conservava qualche biglietto con un cognome da atribuirgli questo gli veniva dato, altrimenti si sceglieva un cognome secondo consuetudini dei singoli istituti. Ecco che si diffusero molti cognomi che hanno origine proprio da un antenato che è stato lasciato in orfanotrofio. Ovvio che se il bambino veniva adottato acquisiva il cognome della famiglia di adozione. Nel caso in cui però avesse raggiunto l’età adulta senza essere adottato portava il cognome imposto dall’orfanotrofio per sempre. Ma per i genitori era anche possibile riprendersi i bambini lasciati negli istituti, magari per un sopravvenuto pentimento o per il migliorare della condizioni economiche familiari. I neonati abbandonati nella ruota erano figli della povertà estrema di quegli anni, oppure figli avuto al di fuori del matrimonio che non si potevano accettare per evitare scandalo pubblico, o ancora figli illegittimi di uomini potenti o nobili che avrebbero potuto rivendicare eredità in futuro. Si poteva decidere di lasciare insieme al bimbo anche un segno di riconoscimento per un eventuale futuro ricongiungimento, come un santino tagliato a metà o la classica medaglietta spezzata in due. Dalle usanze dei singoli istituti derivano quindi molti cognomi italiani. I numerosissimi EspostiEsposito, Proietti diffusi in centro e sud Italia prendono origine dalla loro condizione di abbandonati, altresì detti per l’appunto esposti o proietti. Non mancano i cognomi dal senso religioso come Diotallevi, Vacondio, Servadio, Di Dio, De Angelis Diotiguardi attribuiti in segno beneaugurante un po’ in tutta Italia. Casadio o Casadei, ovvero Casa di Dio, usato in Romagna. Dai nomi degli istituti che ospitavano gli orfanelli derivano altri cognomi molto diffusi: Innnocenti o degli Innocenti all’Ospedale degl’innocenti di Firenze, Lucchesi all’Ospedale di San Luca di Lucca, idem per Casagrande a Verona e Del Pio Luogo a Venezia. Con l’Unità d’Italia si perse questa abitudine per non penalizzare gli orfani e non farli sentire discriminati nella vita adulta avendo un cognome che riportava immediatamente alla loro origine.

Mercoledi, Aprile 11, 2012

Le chicche meneghine di MariaRosa

Muratori allo zafferano   Il termine magutt, diffusissimo in ambito milanese, ma ormai anche in tutta la Lombardia, significa semplicemente muratore, manovale. La sua origine è particolare poichè deriva dritta dritta dall’abbreviazione utilizzata nei libri mastri della Fabbrica del Duomo di Milano per registrare la provenienza e la specialità delle maestranze, i cosiddetti magister. Poichè la stragrande maggioranza di loro erano magister carpentarius, ovvero muratori, si pensò di abbreviarli sui registri con la dicitura mag.ut, magister ut supra, ovvero maestro come sopra. Ed ecco nato il magutt

Giovedi, Aprile 5, 2012

Le chicche meneghine agiografiche di MariaRosa

San BiagioEl dì de san Bias se benediss la gora e el nas    E’ un’usanza molto sentita nel milanese e in Brianza quella di mangiare il 3 febbraio appena svegli un pezzetto di panettone messo da parte il giorno di Natale. Quel giorno si festeggia San Biagio, medico armeno del III secolo d. C., divenuto vescovo per acclamazione popolare, così come avvenne per Sant’Ambrogio. Ambedue infatti non erano consacrati nè ordinati preti e titubarono un poco ad accettare la carica. Biagio, convintosi, non rinunciò alla sua professione di medico e pertanto curava sia le anime che i corpi del suo gregge di fedeli.  Un giorno una madre disperata corse al suo cospetto poichè un suo figliolo stava per soffocare a causa di una lisca di pesce che gli si era conficcata in gola. Il vescovo corse quindi al capezzale del giovane e diede da mangiare un pezzo di mollica di pane allo sventurato. Ecco che con il pane venne inghiottita anche la malefica lisca di pesce e il ragazzo si salvò. Con un metodo che aveva ben poco di miracoloso, Biagio aveva salvato una vita. Ma, vuoi perché come vescovo Biagio era già in odore di santità, vuoi perché, per sottintendere ai doveri dell’abito che indossava, prima di far ingoiare la mollica al ragazzo l’aveva benedetta facendogli il segno della croce, la fortunata madre cominciò a gridare al miracolo. La notizia si diffuse velocemente e arrivò alle orecchie di Agricola, prefetto dell’imperatore Diocleziano per l’Armenia. Agricola non apprezzava che la fama di un qualunque vescovo si accrescesse così a dismisura e decise, con una scusa, di convocare il vescovo Biagio. Trovandoselo davanti Agricola decise che era meglio eliminarlo per evitare che il popolo ne facesse un santo. Detto fatto, lo fece scorticare vivo con pettini per cardare la lana e infine lo fece decapitare. Da allora la devozione popolare accrebbe la fama del Santo guaritore ed egli divenne così protettore dei cardatori e dei materassai, onore dovuto allo strumento che era stato usato per martirizzarlo, e santo da invocare per guarire dai problemi alle vie aeree. La sua festa fu stabilita al 3 di febbraio e viene celebrata sia dai cristiani cattolici che dagli ortodossi. Le sue spoglie mortali sono sparpagliate un po’ in tutta Italia e forte è il suo culto con processioni e benedizioni ogni 3 febbraio per preservarsi da raffreddori e dai mal di gola, mangiando del pane benedetto avenzato dal giorno di Natale e toccando la gola con due candele incrociate. Il culto di San Biagio segue la festa della Candelora che si celebra il 2 febbraio e che a Milano era molto sentita. Ecco che al pane benedetto venne sostituito nei secoli un pezzetto di panettone di Natale, il pane per eccellenza più sacro delle feste.

Lunedi, Aprile 2, 2012

Le chicche meneghine di MariaRosa

Domenica è sempre domenica…   Domenighin era il soprannome del servo che la domenica accompagnava le nobildonne milanesi alla messa o al passeggio. Nel seicento dalla fantasia del commediografo Carlo Maria Maggi nasce la maschera teatrale di Meneghino, un servitore rozzo, ma arguto, castigatore dei difetti degli aristocratici. Durante l’insurrezione delle Cinque Giornate di Milano nel 1848 fu scelto dai milanesi per le sue virtù come simbolo di eroismo. Meneghino è quindi divenuto da allora simbolo della città e dei milanesi poichè come loro è generoso, sbrigativo e non sa mai stare senza far nulla. Ama la buona tavola e davanti ad una fetta di panettone possono anche salirgli le lacrime agli occhi, non solo perché ne è molto goloso, ma perchè gli ricorda la sua Milano e il ” so Domm” di cui non smette mai di vantarsi. Vestito di una lunga giacca marrone, calzoni corti e calze a righe rosse e bianche, cappello a forma di tricorno sopra una parrucca con un codino stretto da un nastro, ancora oggi, assieme alla moglie Checca, trionfa nei carnevali milanesi. Da qui il termine si è aggettivato e oggi viene utilizzato come sinonimo di milanese. 

Mercoledi, Marzo 28, 2012

Le cricche meneghine della Cri

Madunina o Laterano?  Sebbene alcuni storici moderni ne contestino l’effettiva realtà storica, tradizion vuole invece che le cosidette tre valli ambrosiane, Blenio, Leventina e Riviera, nel lontano anno del Signore 948, siano state donate al capitolo maggiore della Chiesa metropolitana di Milano dal vescovo Attone. Fu così dunque che le tre valli passarono dalla diocesi di Como a quella di Milano e, contestualmente, dal rito romano a quello ambrosiano. Ancora oggi, pur trovandosi nel territorio svizzero del Canton Ticino, quelle tre valli continuano ad essere un’enclave di rito ambrosiano nella diocesi di Lugano, di rito romano.

Lunedi, Gennaio 16, 2012

Le cricche meneghine della Cri

Quel furbòn del Sancarlòn    Ad Arona sorge, sulla sommità del Sacro Monte, una statua colossale, alta trenta metri, dedicata a San Carlo Borromeo, illustre concittadino. Illustre sì, ma principalmente per essere stato arcivescovo di Milano: negli anni laggiù trascorsi fece, tra le altre cose, edificare la Chiesa di San Fedele, alle spalle di Palazzo Marino, sull’area già occupata da una preesistente chiesetta così nominata. Per onorare degnamente la dedica a quel santo, il Carlo pensò bene di far tradurre dal suo paese natìo le reliquie colà custodite di Fedele e Carpoforo, con buona pace e cattivo sangue degli aronesi. Solo in seguito, per placar le lamentele susseguitesi al tiro birbone, il furbo Carlo decise di restituire qualche briciolina d’osso alla parte lesa.

Domenica, Gennaio 8, 2012

Le cricche meneghine della Cri

Mi sono innamorata di Marino   Palazzo Marino, oggi sede del Comune di Milano, venne costruito nel lontano 1558 - ma i lavori continuarono per più di dieci anni, senza giungere ad un completamento dell’opera - per volere del neo Conte Tomaso Marino, già ricco commerciante e faccendiere assai attivo sulla scena meneghina del tempo. Era personaggio spregiudicato e senza scrupoli, secondo le cronache, tanto che giunse a far appello, per far erigere il suo palazzo, ad un antico decreto sforzesco che conferiva il diritto, a chiunque ne volesse far uso per migliorare il decoro della città con nuovi edifici e costruzioni di ciò degne, di espropriare senza tanti complimenti il terreno ove volesse far svolgere i lavori, e chissenefrega se ci abitava qualcuno (storie già sentite…). E infatti, in quello che il Conte voleva trasformare nello spiazzo ove far sorgere il palazzo, già brulicavano numerose casette ed abituri, il cui popolino residente prese a vedere di cattivo occhio il Conte espropriante. Forse proprio per questo motivo, forse anche grazie alla sua già diffusa nomea di homo terribilis, fatto sta che il protrarsi dei lavori, causato da mille inceppamenti ed imprevisti e misteriosi avvenimenti avversi, finì per favorire il diffondersi di storielle poco simpatiche o rassicuranti sulla questione: e cioè che il palazzo, o il Conte stesso, dovevano essere vittime di una qualche maledizione o fattura, ben presto concretizzatasi nella profezia che cominciò a circolare, che recitava:

aut uret, aut ruet, aut alter raptor rapiet

e cioè, “o brucerà, o crollerà, o un altro ladro se l’arrafferà.”

Va detto che la profezia finì, nei decenni dopo la morte del Conte, per avverarsi in ogni sua parte: dapprima il palazzo fu infatti espropriato dall’Erario; poi tornò per diverso tempo nelle mani di certi discendenti del Conte, tra cui anche la giovane Donna Maria Anna, meglio conosciuta come la manzoniana Monaca di Monza; poi di nuovo all’Erario e al Comune di Milano - che soltanto nell’Ottocento fece completare la facciata prospiciente il Teatro alla Scala, lasciata incompiuta dalla morte del fondatore. E fin qui è comparso soltanto l’altro ladro della profezia. Ma nel 1943, i bombardamenti anglo-americani portarono a compimento il resto, facendo ardere e crollare alcune ali del palazzo, successivamente restaurate e riportate in essere.