Le chicche meneghine di MariaRosa
Le chicche meneghine di MariaRosa
Muratori allo zafferano Il termine magutt, diffusissimo in ambito milanese, ma ormai anche in tutta la Lombardia, significa semplicemente muratore, manovale. La sua origine è particolare poichè deriva dritta dritta dall’abbreviazione utilizzata nei libri mastri della Fabbrica del Duomo di Milano per registrare la provenienza e la specialità delle maestranze, i cosiddetti magister. Poichè la stragrande maggioranza di loro erano magister carpentarius, ovvero muratori, si pensò di abbreviarli sui registri con la dicitura mag.ut, magister ut supra, ovvero maestro come sopra. Ed ecco nato il magutt…
Le chicche meneghine agiografiche di MariaRosa
Le chicche meneghine di MariaRosa
Le cricche meneghine della Cri
Madunina o Laterano? Sebbene alcuni storici moderni ne contestino l’effettiva realtà storica, tradizion vuole invece che le cosidette tre valli ambrosiane, Blenio, Leventina e Riviera, nel lontano anno del Signore 948, siano state donate al capitolo maggiore della Chiesa metropolitana di Milano dal vescovo Attone. Fu così dunque che le tre valli passarono dalla diocesi di Como a quella di Milano e, contestualmente, dal rito romano a quello ambrosiano. Ancora oggi, pur trovandosi nel territorio svizzero del Canton Ticino, quelle tre valli continuano ad essere un’enclave di rito ambrosiano nella diocesi di Lugano, di rito romano.
Le cricche meneghine della Cri
Quel furbòn del Sancarlòn Ad Arona sorge, sulla sommità del Sacro Monte, una statua colossale, alta trenta metri, dedicata a San Carlo Borromeo, illustre concittadino. Illustre sì, ma principalmente per essere stato arcivescovo di Milano: negli anni laggiù trascorsi fece, tra le altre cose, edificare la Chiesa di San Fedele, alle spalle di Palazzo Marino, sull’area già occupata da una preesistente chiesetta così nominata. Per onorare degnamente la dedica a quel santo, il Carlo pensò bene di far tradurre dal suo paese natìo le reliquie colà custodite di Fedele e Carpoforo, con buona pace e cattivo sangue degli aronesi. Solo in seguito, per placar le lamentele susseguitesi al tiro birbone, il furbo Carlo decise di restituire qualche briciolina d’osso alla parte lesa.
Le cricche meneghine della Cri
Mi sono innamorata di Marino Palazzo Marino, oggi sede del Comune di Milano, venne costruito nel lontano 1558 - ma i lavori continuarono per più di dieci anni, senza giungere ad un completamento dell’opera - per volere del neo Conte Tomaso Marino, già ricco commerciante e faccendiere assai attivo sulla scena meneghina del tempo. Era personaggio spregiudicato e senza scrupoli, secondo le cronache, tanto che giunse a far appello, per far erigere il suo palazzo, ad un antico decreto sforzesco che conferiva il diritto, a chiunque ne volesse far uso per migliorare il decoro della città con nuovi edifici e costruzioni di ciò degne, di espropriare senza tanti complimenti il terreno ove volesse far svolgere i lavori, e chissenefrega se ci abitava qualcuno (storie già sentite…). E infatti, in quello che il Conte voleva trasformare nello spiazzo ove far sorgere il palazzo, già brulicavano numerose casette ed abituri, il cui popolino residente prese a vedere di cattivo occhio il Conte espropriante. Forse proprio per questo motivo, forse anche grazie alla sua già diffusa nomea di homo terribilis, fatto sta che il protrarsi dei lavori, causato da mille inceppamenti ed imprevisti e misteriosi avvenimenti avversi, finì per favorire il diffondersi di storielle poco simpatiche o rassicuranti sulla questione: e cioè che il palazzo, o il Conte stesso, dovevano essere vittime di una qualche maledizione o fattura, ben presto concretizzatasi nella profezia che cominciò a circolare, che recitava:
aut uret, aut ruet, aut alter raptor rapiet
e cioè, “o brucerà, o crollerà, o un altro ladro se l’arrafferà.”
Va detto che la profezia finì, nei decenni dopo la morte del Conte, per avverarsi in ogni sua parte: dapprima il palazzo fu infatti espropriato dall’Erario; poi tornò per diverso tempo nelle mani di certi discendenti del Conte, tra cui anche la giovane Donna Maria Anna, meglio conosciuta come la manzoniana Monaca di Monza; poi di nuovo all’Erario e al Comune di Milano - che soltanto nell’Ottocento fece completare la facciata prospiciente il Teatro alla Scala, lasciata incompiuta dalla morte del fondatore. E fin qui è comparso soltanto l’altro ladro della profezia. Ma nel 1943, i bombardamenti anglo-americani portarono a compimento il resto, facendo ardere e crollare alcune ali del palazzo, successivamente restaurate e riportate in essere.