Sabato, Marzo 10, 2012

Le cricche giapponesi della Cri

Ridi, che la mamma ha fatto il riso!   Di mamma ce n’è una sola, la mamma sorride sempre, ma di sorrisi ce ne sono a bizzeffe. Nel senso che il senso del sorriso può essere diverso, di volta in volta, o addirittura non ben definito in una volta sola: pensiamo all’enigmatico sorriso di Monna Lisa, che cosa avrà voluto dire? Beh, la risposta a questa domanda i giapponesi non ce l’hanno, o almeno non risulta che ce l’abbiano. Però hanno, nel loro stranissimo idioma, diversi modi di indicare ciò che noi chiamiamo sorriso. Ad esempio, il sorriso sereno ed appagato lo chiamano niko-niko; se invece è velato e sprezzante lo chiamano nita-nita; quello soffocato è il niya-niya, mentre il ni è solo accennato. Quando si raggiunge un obiettivo e si è contenti si fa un bel ninmari, mentre il clohsloh è un sogghigno maligno. E chi più esperto del riso di un giapponese?

Sabato, Gennaio 14, 2012

Le cricche giapponesi della Cri

Bene o male, indistruttibile   Mazinga Z, il robot giapponese, ha un nome giapponese. Contiene i caratteri corrispondenti alle sillabe ma e jin, che significano rispettivamente “demone” e “divinità”. Sicché il totale majin viene di solito tradotto con demone, ma bisogna ricordarsi che per i giapponesi i demoni possono essere sia buoni sia cattivi. L’interpretazione che si può dare alla scelta del nome del robot è che si tratta di una creatura potentissima, come un dio, che di per sè non è buona né cattiva, poiché sprovvista di coscienza propria e invece sottoposta alla volontà dell’essere umano che la pilota. Il ga finale è lì solo per dar tono, conferendo quell’assonanza vagamente angloamericana al nome troppo giapponese per il pubblico cui è rivolto. La Z infine è lì per ricordare che il macchinario è costruito in lega Z, un recentissimo ritrovato della tecnica, resistentissimo e per questo scelto dal costruttore del robot.

Sabato, Dicembre 3, 2011

Le cricche giapponesi della Cri

“Nello shosi or farem tre forellini…”  … dice Cho Cho San, altrimenti nota come Madama Butterfly, mentre attende, ahimè invano, povera illusa, il ritorno di quel diavolo di un Pinkerton. Shoji e fusuma sono, ancor oggi, i due tipi di quelle pareti scorrevoli tanto diffuse nelle case giapponesi. Anticamente con shoji si intendeva la parete che separa dall’esterno, fatta di carta traslucida in modo da lasciar filtrare la luce e illuminare gli ambienti senza però essere visti da fuori; mentre il fusuma era la parete interna, opaca perché ricoperta di decorazioni di vario genere, dalle rappresentazioni di paesaggi ai temi geometrici più astratti.