Venerdi, Maggio 25, 2012

Le cricche culinario-etimologiche della Cri

venereRidi ridi, che la mamma ti fa nero    Il riso nero Venere è una varietà di riso nato nella Pianura Padana tramite un processo di selezioni ed incroci effettuato da un ricercatore cinese al soldo di un centro di sperimentazione del riso. Partendo da una varietà filippina è riuscito ad ottenere questo degno successore di quello che in Cina è tradizionalmente noto come riso dell’Imperatore. Si tratta infatti di una varietà di riso molto rara e di difficile coltivazione, che lo rende pregiato e adatto solo alle tavole più altolocate, dal caratteristico colore naturalmente scuro, ripreso fedelmente dal nostro Venere. Tale colore è dovuto ad una naturale pigmentazione del rivestimento dei chicchi, che ha la facile tendenza a trasferirsi sul cucchiaio di legno. Inoltre, durante la lunghissima cottura, questo colorato riso sprigiona un buon profumo simile al sandalo o al pane appena sfornato. O almeno questo è ciò che recita la confezione. Il nome di riso Venere ovviamente arriva dritto dritto dalla dea romana dell’amore, a causa delle proprietà afrodisiache attribuite al riso dell’Imperatore. Pare che etimologicamente questo nome, alla stessa stregua dei termini venerare e venerazione, riprenda la radice van-, già esistente nel sanscrito vanati, ovvero desiderare, amare, onorare, e vanas, amabilità, che ricompare nel latino venia, cioè indulgenza, favore, perdono, e anche nell’antico alto tedesco wini, amico, e wunsc, desiderio. Il nome greco della divinità, Afrodite, pare derivi dal greco aphros, che significa spuma, richiamando il mito della nascita di Afrodite dalla schiuma originatasi tra le onde del mare, dove erano cadute alcune gocce di sperma di Urano, evirato dal figlio Crono, che poi avrebbe suo malgrado generato Zeus, dal quale a sua volta sarebbe stato spodestato ed usurpato del suo ruolo di capo degli dèi.

Giovedi, Maggio 17, 2012

Le cricche culinario-vacanziere della Cri

Pane al pane e vino al vino   Là nel golfo del Quarnero ci vive della gente precisa. Sul fiume Fiume (Riječina, quindi forse è Fiumicello, o Fiumicino, non so…) c’è la città di Fiume (Rijeka); dove sorgeva un’abbazia (opatija) ci hanno fatto un bel villaggio e l’han chiamato Abbazia (Opatija) … E allora la Cri per adeguarsi alle usanze locali ha pensato bene, trovandosi a Ičići, di assaggiare i cevapčići (polpettine di carne tipiche della zona; buooooooone). La sera dopo, invece, a Ika, ha provato ika lamari alla Ika (calamari ripieni di prosciutto e riso cotti sulla piastra; buooooooooni). Il maraschino invece ha preferito portarselo a casa e sorseggiarlo come ammazzacaffè oggi a pranzo, ma tanto non è tipico del Quarnero, viene da Zara, che è sulla costa dalmata. Comunque: buoooooono. E così, dopo essere stato per lungo tempo soltanto un sussidio mnemonico per richiamare alla mente il nome delle moleskine (che proprio la Cri, quand’era giovane, non ce la faceva a tenerlo in testa), si è finalmente concretizzato in una bottiglia di liquore alla ciliegia marasca, tipica della Dalmazia, fatto sulla base di una ricetta del XVI secolo (così dice l’etichetta).

Venerdi, Maggio 11, 2012

Le chicche culinarie di MariaRosa

Crepa maledetta crêpe  Dolce universalmente conosciuto ed apprezzato, la crêpe è tipica della dolciaria francese. Il nome deriva dall’aggettivo latino crispus, ovvero arricciato, ondulato e secondo l’antica ricetta venivano preparate con farina di frumento e acqua o vino al posto del latte che si usa oggigiorno. La versione più famosa delle crêpes è la Crêpe Suzette, dal goloso ripieno di salsa all’arancia resa flambè dal liquore Curaçao. La paternità di questa squisitezza è contesa tra due grandi cuochi francesi, Escoffier e Charpentier. Secondo una versione la ricetta sarebbe frutto dello sbaglio di un giovane Henri Charpentier, apprendista cuoco agli inizi del secolo scorso al Café de Paris di Montecarlo. Nel preparare il dessert per Edoardo VII, principe di Galles, forse per emozione forse per distrazione fece cadere sulle crêpes che il principe aveva ordinato troppo liquore che, a contatto del fuoco, prese fuoco. Assaggiò il risultato e lo trovò molto buono, tanto da servirle al principe. Edoardo, grande amante della buona tavola, le apprezzò a tal punto da richiedere il bis e volle sapere come si chiamasse quel dolce così buono. Charpentier prontamente rispose “Crêpes Prince de Galles”, ma il principe, galantemente, chiese che fossero dedicate a Suzette, la giovane figlia di un amico che stava pranzando con lui. Da allora Suzette passò alla storia della culinaria. Altra versione vorrebbe creatore della Crêpe Suzette il grande Auguste Escoffier, che parrebbe aver menzionato il piatto ancora prima di Charpentier, senza specificarne però l’esatta fonte. Certo è che va sottolineata l’improbabilità che un semplice aiuto cuoco potesse servire a tavola il futuro monarca. Sembra invece certo che lo stesso Charpentier, in seguito cuoco del magnate Rockfeller, avrebbe diffuso la moda delle Crêpes Suzette negli Stati Uniti.

Lunedi, Marzo 19, 2012

Le chicche culinarie di MariaRosa

Come tira la patata   Il nome patata deriva dall’atzeco potatl, origine anche dell’inglese potato. In Francese e nei dialetti lombardi è pomme de terre, la “mela di terra”, così come analogamente è aardappel in olandese e erdaepfel in Austria. E’ invece peruna in finlandese e krompir in croato, ovvero “pera di terra”, mentre in cinese diventa “fagiolo di terra”. Nell’italiano del seicento veniva chiamata anche tartifola o tartufola, per similitudine con i tartufi con cui condivide la crescita sotto terra, termine da cui ha avuto origine il tedesco kartoffel e il friulano cartufola. Il povero tubero non ebbe vita facile poichè venne importato dalle Americhe nel sedicesimo secolo ed incontrò da subito enormi difficoltà nel consumo da parte della popolazione in quanto veniva visto come un cibo insano per il fatto di crescere sotto terra e addirittura ci fu chi ne denunciò le capacità di diffondere la lebbra. Le patate furono inizialmente utilizzate come mangime per animali e solo successivamente divennero cibo per umani. Ma le resistenze erano molte, specie tra le classi agiate, mentre tra i poveri contadini era entrata nell’alimentazione quotidiana. L’Irlanda fu il primo paese in cui la patata divenne alimento base per la popolazione e dove una malattia del vegetale, la peronospera, portò ad una disastrosa carestia tra il 1845 e il 1849, la famosa Great Famine, avendo come effetti la morte di milioni di persone e l’emigrazione verso l’America di altri milioni di irlandesi, spopolando di fatto l’isola. Furono molti i letterati e gli uomini di scienza che nel ‘700 spinsero l’opinione pubblica al consumo della patata come rimedio per l’endemica carenza alimentare della popolazione più povera. Tra questi il celebre agronomo Antoine Parmentier grazie al quale in Francia la patata prese il posto del ben più costoso pane e da cui derivano ancora oggi tutti i metodi di cottura delle patate alla Parmentier. La mania per la patata colpì anche la nobiltà che prese a ornare cappellini e parrucche con i fiori del prezioso tubero. Persino Maria Antonietta, ultima regina di Francia, sfoggiava queste decorazioni, mentre lo stesso fiore entrò addirittura in araldica con la sua forma di stella a cinque punte con un botton d’oro al centro. In Italia fu anche merito di Alessandro Volta se la patata prese piede e narra la leggenda che il famoso genio di Como fu inventore, oltre che della pila, anche dei ben più golosi… gnocchi di patate!

Mercoledi, Febbraio 29, 2012

Le cricche culinarie della Cri

Mi chiamano avannotti, il capo della banda   Gli avannotti sono i piccoli di pesce, dal momento in cui abbandonano la fase di larva per assumere le sembianze degli adulti. Gli avannotti delle anguille si chiamano cieche, e a quanto pare, possono diventare un piatto prelibato. Sebbene la loro pesca sia vietata da diversi decenni in Italia. Ma se non fosse vietata, avverrebbe nelle acque salmastre delle foci dei fiumi, nei mesi invernali, quando dal mare dove sono nate le cieche tentano la risalita a casa loro, a monte nel fiume. Le si attende con un’apposita rete e le si cattura spietatamente. Dopodiché, ancora vive, le si cuoce impastellate e fritte, con aromi vari. Da veri gourmet.

Giovedi, Dicembre 15, 2011

Le chicche culinarie di MariaRosa

Salse combattive  Nel 1756, mentre il duca di Richelieu era impegnato a sconfiggere gli inglesi nella battaglia di Port Mahon, sull’isola di Minorca, il suo cuoco francese stava creando il banchetto sontuoso per festeggiare la sua vittoria. Il menù prevedeva una salsa a base di panna e uova, accorgendosi però che in dispensa era finita la panna improvvisò sostituendola con dell’olio d’oliva. Nacque così un nuovo capolavoro gastronomico e lo chef lo chiamò mahonnaise in onore del luogo in cui il duca aveva vinto la perfida Albione. Negli anni il termine si modificò leggermente in mayonnaise, da cui l’italiano maionese. Le varianti della maionese sono tantissime: la salsa aioli è con aglio pestato, la salsa tartara è aromatizzata con capperi o cetrioli ed erbe aromatiche, la salsa tonnata contiene tonno, capperi ed acciughe, la salsa rosa invece pomodoro o ketchup con yogurt, infine la salsa delle Thousand Island è salsa rosa con varie erbe aromatiche. La maionese è inoltre alla base della celeberrima insalata russa, piatto dalle origini oscure, ma che inizialmente non era legato con la maionese, ma con della gelatina, quasi fosse un aspic. Questa ricetta, ormai diffusa a livello mondiale, è però conosciuta con nomi diversi a seconda della nazione: in Russia è detta insalata Olivier o alla francese, se non addirittura alla polacca o alla genovese, in Francia è chiamata insalata piemontese e in Germania è all’italiana. In Spagna durante il franchismo fu proibito chiamarla insalata russa, per evitare in ogni modo di fare allusione al nemico comunista. Veniva quindi chiamata insalata imperiale o castigliana. Oggi ha ripreso il nome originale di ensaladilla rusa o semplicemente ensaladilla