Domenica, Giugno 3, 2012
Le cricche truffaldine della Cri
Maestro, i denti del mio nonno faranno le bollicine? Nel 1950 il professor Paul Robert Coleman-Norton, uno stimato storico di Princeton, pubblicò sulla rivista “Catholic Biblical Quarterly” un curioso articolo dal titolo “Un divertente agraphon”. Agraphon, che in greco significa “non scritto”, in teologia sta ad indicare un insegnamento o un discorso di Gesù, ritenuto vero pur non comparendo in nessuno dei vangeli canonici. L’eccentrico professore narrava nel suo articolo di essersi imbattuto fortuitamente, durante il secondo conflitto mondiale, in un frammento in greco, traduzione di un antico corpus di omelie sul vangelo di Matteo. In particolare, racconta lo storico, aveva trovato un passo che doveva essere la continuazione del versetto 42 del capitolo 13 di quel vangelo, dove Gesù annuncia che, alla fine dei tempi, gli “operatori di inquità” saranno raccolti dai suoi angeli e “gettati nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.” L’agraphon continuerebbe con la domanda di un discepolo: “Ma Rabbi, come può accadere questo per quelli che non hanno denti?” Al che la risposta del Maestro sarebbe stata: “O uomo di poca fede! Se qualcuno non ha i denti, i denti gli verranno dati!” Si tratta in verità di una truffa bella e buona, architettata dal professore buontempone per il puro gusto della burla e dello scherzo letterario.
Giovedi, Maggio 31, 2012
Le cricche pittoriche della Cri
Non vedo, non sento, non parlo. Però disegno Il turco Esref Armagan nasce nel 1953, cieco da entrambi gli occhi. La sua famiglia non è esattamente benestante ed egli non riceve un’istruzione regolare. Ciononostante impara da solo a leggere e scrivere, ma soprattutto a disegnare e dipingere quadri. Il che non è banale, per un cieco. I suoi dipinti di oggetti e paesaggi sono riproduzioni sorprendentemente fedeli della realtà. Ancor più sconcertante però può essere scoprire che è riuscito a sviluppare una propria tecnica per eseguire perfino dei ritratti.
Lunedi, Maggio 28, 2012
Le cricche operistiche della Cri
Parigi è cara La prestigiosa Accademia musicale di Santa Cecilia viene fondata nel lontano 1585 da Sua Santità il papa Sisto V. Nientemeno. Si tratta di una delle più antiche istituzioni musicali al mondo: nacque come congregazione che si poneva sotto l’egida di San Gregorio Magno, che dà il nome al canto gregoriano, e Santa Cecilia, patrona dei musicisti. Inizialmente la congregazione era aperta ai soli uomini, ma nel 1775, l’appena sedicenne Maria Rosa Coccia ricevette, prima donna nella storia, il titolo di Maestra Compositora Romana da una severa commissione di maestri di cappella della congregazione. Nulla a che vedere col teatro Coccia di Novara, che venne inaugurato nel 1888 e intitolato a Carlo Coccia, compositore d’opere napoletano che collezionò numerosi successi e riconoscimenti, nonché ingaggi nei più svariati teatri d’Europa, per poi tornare in Italia, dove divenne insegnante presso l’Accademia musicale di Torino e poi Maestro di Cappella del Duomo di Novara.
Venerdi, Maggio 25, 2012
Le cricche culinario-etimologiche della Cri
Ridi ridi, che la mamma ti fa nero Il
riso nero Venere è una varietà di riso nato nella Pianura Padana tramite un processo di selezioni ed incroci effettuato da un ricercatore cinese al soldo di un centro di sperimentazione del riso. Partendo da una varietà filippina è riuscito ad ottenere questo degno successore di quello che in Cina è tradizionalmente noto come
riso dell’Imperatore. Si tratta infatti di una varietà di riso molto rara e di difficile coltivazione, che lo rende pregiato e adatto solo alle tavole più altolocate, dal caratteristico colore naturalmente scuro, ripreso fedelmente dal nostro
Venere. Tale colore è dovuto ad una naturale pigmentazione del rivestimento dei chicchi, che ha la facile tendenza a trasferirsi sul cucchiaio di legno. Inoltre, durante la lunghissima cottura, questo colorato riso sprigiona un buon profumo simile al sandalo o al pane appena sfornato. O almeno questo è ciò che recita la confezione. Il nome di
riso Venere ovviamente arriva dritto dritto dalla dea romana dell’amore, a causa delle proprietà afrodisiache attribuite al
riso dell’Imperatore. Pare che etimologicamente questo nome, alla stessa stregua dei termini
venerare e
venerazione, riprenda la radice
van-, già esistente nel sanscrito
vanati, ovvero desiderare, amare, onorare, e
vanas, amabilità, che ricompare nel latino
venia, cioè indulgenza, favore, perdono, e anche nell’antico alto tedesco
wini, amico, e
wunsc, desiderio. Il nome greco della divinità,
Afrodite, pare derivi dal greco
aphros, che significa spuma, richiamando il mito della nascita di Afrodite dalla schiuma originatasi tra le onde del mare, dove erano cadute alcune gocce di sperma di Urano, evirato dal figlio Crono, che poi avrebbe suo malgrado generato Zeus, dal quale a sua volta sarebbe stato spodestato ed usurpato del suo ruolo di capo degli dèi.
Martedi, Maggio 22, 2012
Le cricche botanico-stupefacenti della Cri
Charlie fa surf Il sassofrasso, per i botanici Sassafras albidum, è una pianta coltivata principalmente per il suo profumo, originaria del nordamerica ma oggi nota anche altrove. Per esempio, in Portogallo la chiamano canela-de-sassafràs, giusto per la cronaca. Possiede svariate proprietà medicinali e non. In Louisiana si utilizzava l’olio ottenuto dalle radici per confezionare una tradizionale bevanda non alcolica, chiamata root beer (ovvero, la birra dei rutti. Nomen omen?). Ma il prodotto forse di maggiore successo è il safrolo, olio aromatico contenuto anche nella noce moscata e nella vaniglia, a partire dal quale fu sintetizzata per la prima volta nel 1912 la famosa MDMA, o 3,4-metilenediossimetamfetamina, meglio nota al pubblico profano di chimica col nome di Ecstasy. Conobbe grande popolarità negli States nei primi anni ’80 del secolo scorso, per le sue proprietà sedative ed ansiolitiche: prima di essere ufficialmente messa al bando come droga veniva utilizzata nelle terapie di coppia, sotto supervisione di un analista. Dopodiché, varcato il confine della legalità, è passata a solleticare gli appetiti d’altro genere di pubblico, principalmente i cosiddetti discotecari, non necessariamente tutti i discotecari, ovviamente, che la consumano preferibilmente sotto forma di simpatica pastiglietta colorata e decorata con i loghi più fantasiosi. Esiste anche la possibilità di sciogliere la polverina bianca contenente il principio attivo in una bevanda, magari alcolica che aiuta, che così elaborata può prendere il nome gergale di morbidone o beverone. La Cri è rimasta un poco colpita da quest’ultima rivelazione, essendo che le sue fatine del pane preferite le vendono spesso dei saporiti e sofficissimi pagnottoni da loro denominati proprio morbidoni…
Sabato, Maggio 19, 2012
Le cricche etimologiche della Cri
Faso tuto mi! Il termine francese
bricolage, spesso tradotto come fai-da-te, viene dal verbo
bricoler, che a sua volta deriva dal sostantivo
bricole, che può avere svariate svariatissime traduzioni. Pare affondi le proprie origini nell’italiano
briccola, che sta ad indicare una catapulta medievale. Dalla catapulta si è poi passati al significato di colpo di rimbalzo, nel biliardo e prima ancora nel
jeu de paume, antenato del tennis. Ad oggi, in francese,
jouer de bricole vuol dire giocare di rimbalzo. Nella caccia invece, l’atto di cambiare pista effettuato da una cane è detto
bricoler, e ci si può vedere ancora, volendo, il moto altalenante della catapulta da cui si era partiti. Meno chiaro è il passaggio al significato attribuito alla parola
bricole di piccola cosa o attività senza importanza, da cui viene invece abbastanza facilmente la definizione maggiormente nota di
bricolage-
fai da te.
Giovedi, Maggio 17, 2012
Le cricche culinario-vacanziere della Cri
Pane al pane e vino al vino Là nel golfo del Quarnero ci vive della gente precisa. Sul fiume Fiume (Riječina, quindi forse è Fiumicello, o Fiumicino, non so…) c’è la città di Fiume (Rijeka); dove sorgeva un’abbazia (opatija) ci hanno fatto un bel villaggio e l’han chiamato Abbazia (Opatija) … E allora la Cri per adeguarsi alle usanze locali ha pensato bene, trovandosi a Ičići, di assaggiare i cevapčići (polpettine di carne tipiche della zona; buooooooone). La sera dopo, invece, a Ika, ha provato ika lamari alla Ika (calamari ripieni di prosciutto e riso cotti sulla piastra; buooooooooni). Il maraschino invece ha preferito portarselo a casa e sorseggiarlo come ammazzacaffè oggi a pranzo, ma tanto non è tipico del Quarnero, viene da Zara, che è sulla costa dalmata. Comunque: buoooooono. E così, dopo essere stato per lungo tempo soltanto un sussidio mnemonico per richiamare alla mente il nome delle moleskine (che proprio la Cri, quand’era giovane, non ce la faceva a tenerlo in testa), si è finalmente concretizzato in una bottiglia di liquore alla ciliegia marasca, tipica della Dalmazia, fatto sulla base di una ricetta del XVI secolo (così dice l’etichetta).
Martedi, Maggio 15, 2012
Le cricche cinematografiche della Cri
Cu cu cu cuculo Qualcuno volò sul nido del cuculo è un film oramai storico sullo scabroso tema degli ospedali psichiatrici, interpretato, tra gli altri, da un giovine Jack Nicholson nei panni di un delinquente detenuto in un campo di lavoro che viene mandato in una clinica psichiatrica per “essere vagliato”, cioè per stabilire se pazzo ci sia o ci faccia. Senza svelare il finale, cala che qualcuno ancora non avesse visto il film ma si riproponga prima o poi di farlo, alla fine comunque il “vaglio” non giunge ad una conclusione definitiva. Perlomeno non del tipo che ci si aspetterebbe… Ma al di là di tutte queste chiacchiere da bar, la vera domanda che uno potrebbe legittimamente porsi è: ma il nido del cuculo che cavolo c’entra in tutto ciò? Ebbene, il titolo italiano è traduzione fedele dell’inglese
One flew over the cuckoo’s nest, ma la traduzione letterale non è sufficiente a garantire al pubblico italiano un’adeguata comprensione. Trattasi infatti di una citazione: è il verso di una filastrocca che recita così:
Three geese in a flock,
one flew east, one flew west,
one flew over the cuckoo’s nest.
Tradotto: Uno stormo di tre oche / una volò ad est, una ad ovest / una volò sul nido del cuculo.Ma il termine inglese cuckoo, oltreché che cuculo, significa anche pazzo, quindi una traduzione meno letterale ma forse più comprensibile per noialtri che parliamo la lingua di Dante potrebbe essere Qualcuno volò sul nido del pazzo, ovvero, in senso figurato, Qualcuno diventò pazzo.
Sabato, Maggio 12, 2012
Le cricche femminili della Cri
Dove sono le poppe di Poppea? Già le donne dell’antica Roma, e ancor prima le greche e le egizie, usavano indossare capi che si possono ritenere i precursori dell’odierna lingerie. In particolare, le romane usavano una fascia di cuoio per sostenere ma soprattutto contenere il seno, che non doveva essere troppo prosperoso e, nel caso lo fosse, andava tenuto nascosto. Secondo altre versioni dei fatti, invece, non era proprio proprio necessario nasconderlo, l’importante era che non diventasse floscio e cascante, perché con le tette sballonzolose ci vanno in giro le selvagge, e non le figlie dei popoli civili. Fatto sta che le greche usavano una fascia di stoffa chiamata zona, che poi vuol dire fascia, arrotolata e legata sotto il seno, mentre le romane avevano la fascia di stoffa o cuoio, posta attorno al seno per contenerne la crescita. Veniva usato pure lo strophium, una specie di sciarpa che si indossava incrociata sotto la tunica e serviva a sostenere un seno più pronunciato. Infine, se proprio avevano le tettone, potevano ricorrere al cestus, un vero e proprio corsetto di cuoio che, narra la leggenda, fu inventato appositamente da Venere per consigliarlo a Giunone e alle sue giunoniche forme. Nel corso della storia, poi, in tutta Europa, le donne di una certa estrazione sociale giunsero a dover indossare corsetti assai costrittivi, e fu soltanto verso il finire del XIX secolo che a qualcuna venne in mente di inventare il cosiddetto corsetto-seno: un corsetto di dimensioni ridotte, che con delle bretelle sfruttava le spalle per sostenere il seno ed evitava così la compressione del diaframma e l’insorgere di posture malsane della colonna vertebrale. È però al 1907, con la sua prima comparsa su una copertina della rivista Vogue, che si fa tradizionalmente risalire l’invenzione del reggiseno di oggidì, che quindi ha da poco compiuto i suoi primi cent’anni, durante i quali ha vissuto svariate vicissitudini. Se inizialmente dovette scontrarsi con il rifiuto della maggioranza delle donne, che continuavano ad indossare il corsetto, con l’avvento della Grande Guerra, quando gli uomini erano al fronte, le donne, dovendo ora svolgere anche lavori e mansioni tradizionalmente di competenza maschile, necessitavano di maggiori comodità e libertà nei movimenti, e il reggiseno seppe farsi valere. Poi, negli anni ’20, con il sorgere della moda à la garçonne, le donne che volevano apparire più mascoline lo usavano per nascondere il seno. Per contro, negli anni ’50, con le nuove, prosperose icone femminili, da Marilyn Monroe a Gina Lollobrigida e Sophia Loren, apparvero sul mercato i reggiseni con cuscinetti d’aria, per far sembrare prosperosa anche chi prosperosa non è. Nel 1968, l’atto di bruciare il reggiseno diventa il simbolo dell’emancipazione della donna e della sua liberazione dalle costrizioni e imposizioni della società maschilista, e così si va in giro senza, oppure si usa un reggiseno invisibile, fatto con talloni di collant tenuti insieme da degli elastici per slip: non sosteneva niente, ma vendeva che era una meraviglia.
Giovedi, Maggio 10, 2012
Le cricche etimologiche della Cri
Com e Lecc e Bergum in tre città? Istanbul, Bisanzio e Costantinopoli sono tre nomi diversi per una sola città che, per giunta, fu lungamente ritenuta, nell’antichità, proprio La Città per antonomasia. E pare che proprio in questa tradizione affondi le radici la nascita del suo nome odierno, cioè Istanbul: si dice che quando i turchi alla conquista dell’Anatolia arrivavano nei pressi di Bisanzio-Costantinopoli e chiedevano agli autoctoni, di lingua greca, dove fosse la città, quelli rispondevano Isten polis, che significa quella è La Città, ma i turchi, che parlavano turco e non capivano il greco, finivano per scambiare quell’espressione per il nome della città che veniva loro indicata. E da lì Istanbul. Ma perché poi doveva essere proprio quella La Città per eccellenza? Perché così aveva voluto il suo rinnovatore, l’imperatore Costantino, che la volle come nuova capitale dell’Impero Romano, visto che Roma era ormai alla mercé dei barbari invasori, e quindi pianificò e fece eseguire una serie di lavori, ingrandimenti, migliorie urbanistiche e quant’altro, e la ribattezzò Nova Roma. Ma con questo nome non fu mai conosciuta, invece quello che passò alla storia fu Costantinopoli, la città di Costantino. Secondo altre teorie, però, il nome Istanbul verrebbe dall’arabo Islambol, che significa Centro dell’Islam, in quanto sede, dal 1527 al 1924, del Califfato islamico. Bisanzio invece è il nome originale che venne dato alla città dai suoi fondatori, greci originari della colonia Megara, che vollero così onorare il loro re Byzantas. Un simpatico vecchio adagio, in proposito, recita così: “Sono andato a Macallè e mi son bagnato i piè, sono andato ad Istanbul e mi son bagnato… i piè” , che la Cri le cosacce non le scrive e non le dice.
Lunedi, Maggio 7, 2012
Le cricche brasiliane della Cri
Ordem e progresso Verde e oro: i colori del Brasile, simboli rispettivamente della foresta e delle immense miniere del prezioso metallo, ricchezze principali del Pais do Samba. Sbagliato: la bandiera brasiliana moderna riprende lo sfondo verde ed il rombo giallo del vessillo imperiale, dove il verde rappresentava la casa reale dei Bragança e il giallo quella di Castela e Lorena, cui appartenevano rispettivamente il primo imperatore del Brasile Pedro I e la sua gentil consorte Leopoldina. Il cerchio blu è invece una novità, subentrata al vecchio stemma reale, e rappresenta il cielo sopra Rio de Janeiro della mattina del 15 novembre 1889, nascita della repubblica. Le stelle raffigurate sono in numero variabile: crescono all’aumentare degli stati federati, un po’ come gli Stati Uniti. E non sono messe a caso: riproducono diverse costellazioni, tra cui lo Scorpione, la Croce del Sud, il Cane Maggiore, e poi ci sono stelle come Sirio, Spica, Procione, che appartengono ad altre costellazioni non rappresentate interamente. Tra queste compare anche la stella polare australe, o
Sigma Octantis che, essendo visibile da tutta la nazione, ogni giorno e ad ogni ora, rappresenta il distretto federale. Infine, la bandiera è completata dalla fascia bianca con la scritta “
Ordem e progresso”, cioè “Ordine e progresso”, che richiama una massima del filosofo positivista Auguste Comte: “
L’Amour pour principe et l’Ordre pour base: le Progres pour but”, ovvero “L’Amore come principio e l’Ordine come base: il Progresso è lo scopo”.
Domenica, Maggio 6, 2012
Le cricche velenose della Cri
Belle da morire L’
arsenico è l’elemento chimico che occupa il 33esimo posto nella tavola periodica. Non avendo né esattamente le caratteristiche dei metalli né quelle dei non metalli, i chimici lo classificano, saggiamente, come semimetallo, o metalloide. In natura è presente in tre forme differenti: gialla, nera e grigia. Da quella gialla, in particolare, prende il nome: il greco
arsenikon riprende il persiano
zarnik, che significa ornamento giallo. Oggidì viene usato come pesticida, ma fino all’ideazione del cosiddetto test di Marsh, nel 1836, che consente di individuarne tracce veramente minime, era utilizzato come veleno negli omicidi, poiché i sintomi di avvelenamento da arsenico sono mal definiti. Non solo: era usato, nell’Inghilterra vittoriana, come cosmetico per ottenere quel colorito detto proprio “pallore da arsenico”. Non pochi uomini sarebbero morti per aver baciato labbra di donne truccate con arsenico. D’altra parte si sa: chi bella vuole apparire….
Venerdi, Maggio 4, 2012
Le cricche gastronomiche della Cri
Maggioranza bulgur In codesti moderni tempi della globalizzazione e dello scambio culturale è facile trovare, anche in piccoli supermarket di paese, dei prodotti che ai tempi miei, proprio te li sognavi. Anzi, nemmeno, poiché se ne ignorava l’esistenza. Ma bando a nostalgiche ciance e vediamo un po’ di tenerci al passo coi tempi: oggi impariamo qualcosa su bulgur e quinoa. La Cri li trova su una scansia del suddetto supermarket, accanto ad altri prodotti granulari tipo couscous. Si incuriosisce, li acquista e li prova: pas mal. Il bulgur in realtà è il ben noto grano, che però ha subito una particolare lavorazione: i chicchi son stati prima cotti a vapore, poi lasciati seccare e spezzettati. Diversi calibri delle briciole danno diverse qualità di bulgur, adatti alla preparazione di pietanze differenti. Poi esiste anche il bulgur crudo, che è grano spezzettato ma non precotto. Molto diffusi, i piatti a base di bulgur, nei paesi del Vicino Oriente. La quinoa invece viene dalle Ande: era pianta sacra per gli Inca, per questo i conquistadores tentarono di reprimerne la coltivazione, che però tenne duro, dal momento che la pianta della quinoa è assai più adatta ai climi di quelle regioni che non il nostro grano. Ad ogni modo, la quinoa che la Cri ha acquistato si presenta in forma di minuscoli pallini che, cotti in acqua, crescono di volume e diventano traslucidi: insomma, farsi un’insalata di quinoa è quantomeno scenografico. Gli Inca la chiamano, in quechua, chisiya mama, cioè madre di tutti i semi.
Martedi, Maggio 1, 2012
Le cricche pittoriche della Cri
Sandy dai mille colori…. La
vernice è un composto generalmente fluido che, steso su di una superficie e lasciato asciugare, vi lascia una sottile patina resistente ed elastica, che sarà anche colorata nel caso il composto contenga dei pigmenti, e in questo caso si parla anche di
smalto o
tempera. Il termine tempera, però, viene usato anche per indicare una delle principali tecniche pittoriche, dove per principali qui si intende solamente che sono maggiormente conosciute anche al popolo profano d’arte: la pittura a tempera, appunto. Consiste, detta tecnica, nell’utilizzo di pigmenti in polvere che devono essere diluiti o, altrimenti detto, “stemperati” in un mezzo legante prima di essere stesi sul supporto del dipinto. Il mezzo legante può essere assai variabile, ma i più diffusi sono l’acqua distillata e il tuorlo d’uovo, eventualmente compresenti e mescolati tra loro. Caratteristica principale della
tempera ad acqua è la stabilità della tinta, che si mantiene uguale a se stessa dal momento della stesura fino a quando asciuga. Se invece di acqua e tuorlo si usa come legante un olio, che può essere di quelli comuni di lino, di noce o d’oliva, ma anche un olio essenziale, ad esempio di rosmarino, si parla di
tempera ad olio. Sebbene non siano note le origini storiche di questa tecnica, ed anzi si hanno notizie di un suo utilizzo fin dai remoti tempi di Galeno, Vitruvio e Plinio il Vecchio, si può affermare che nell’era moderna essa conobbe un boom di diffusione nel XV secolo, per opera dei pittori Fiamminghi che apportarono alcune necessarie modifiche e migliorie a questa “nuova e prodigiosa maniera di colorire”, come dice l’onnipresente Vasari, cui conseguì l’approdo in Italia e l’adozione dei colori ad olio da parte dei maggiori esponenti della nostra pittura rinascimentale. Caratteristiche principalmente apprezzate della tempera ad olio sono l’estrema duttilità della tecnica, che viene utilizzata a gusto del pittore, con pennello, spatola, dita… consentendo i più svariati effetti di stesura, passando dalle superficie perfettamente levigate di Leonardo, alle pennellate decise dell’ultimo Tiziano, fino al tubetto spremuto direttamente sulla tela da Van Gogh. La lentezza nell’asciugare consente continui ritocchi del colore e quindi un ampliamento dellla gamma cromatica, sfumature ammorbidite ed effetti di luce assai precisi e definiti. Per contro, i colori ad olio non si mantengono nel tempo e a lungo andare tendono a scurirsi, necessitando di essere protetti con della lacca per evitare tale processo. Inoltre molti pittori possono trovare non di proprio gusto proprio la lentezza dell’asciugatura, che può richiedere diversi giorni. Per concludere, nel Medioevo e poi anche nei pittori moderni che ripresero le tecniche antiche, come De Chirico, erano molto diffuse le
tecniche cosiddette
miste, in cui il legante poteva contenere sia acqua o tuorlo, sia olio, principalmente di lino.
Venerdi, Aprile 27, 2012
Le cricche gastronomiche della Cri
La vera pizza napoletana Tipica di Napoli è la pizza con salsiccia e
friarielli. Trattasi, i
friarielli, di una specialità della cucina campana, e anche del Lazio dove li chiamano broccoletti, che consiste nelle infiorescenze delle cime di rapa fritte con aglio, sale e peperoncino e servite tipicamente insieme con la salsiccia. Il nome pare venga non, come si potrebbe in prima istanza ritenere, dal napoletano
frijere, friggere, ma dal castigliano
frio-grelos, che significa
broccoletti invernali: il consumo di friarielli è infatti diffuso pure in Spagna e Portogallo, dove per l’appunto li chiamano
grelos. Li cucinano persino in Cina. Secondo una definizione in napoletano: “’E frijarielle songo nu tipo è vruoccole ‘nu poco amare. Se cocene cu uoglio, aglio e cerasiello, dint’â na tiella larga, e se accumpagnano spisso cu sasicce o cervellatine.” ‘O
cerasiello ovviamente è il peperoncino piccante. ‘E
cervellatine sono un tipo di salsiccia tipica di Napoli.