Giovedi, Aprile 5, 2012

Le chicche meneghine agiografiche di MariaRosa

San BiagioEl dì de san Bias se benediss la gora e el nas    E’ un’usanza molto sentita nel milanese e in Brianza quella di mangiare il 3 febbraio appena svegli un pezzetto di panettone messo da parte il giorno di Natale. Quel giorno si festeggia San Biagio, medico armeno del III secolo d. C., divenuto vescovo per acclamazione popolare, così come avvenne per Sant’Ambrogio. Ambedue infatti non erano consacrati nè ordinati preti e titubarono un poco ad accettare la carica. Biagio, convintosi, non rinunciò alla sua professione di medico e pertanto curava sia le anime che i corpi del suo gregge di fedeli.  Un giorno una madre disperata corse al suo cospetto poichè un suo figliolo stava per soffocare a causa di una lisca di pesce che gli si era conficcata in gola. Il vescovo corse quindi al capezzale del giovane e diede da mangiare un pezzo di mollica di pane allo sventurato. Ecco che con il pane venne inghiottita anche la malefica lisca di pesce e il ragazzo si salvò. Con un metodo che aveva ben poco di miracoloso, Biagio aveva salvato una vita. Ma, vuoi perché come vescovo Biagio era già in odore di santità, vuoi perché, per sottintendere ai doveri dell’abito che indossava, prima di far ingoiare la mollica al ragazzo l’aveva benedetta facendogli il segno della croce, la fortunata madre cominciò a gridare al miracolo. La notizia si diffuse velocemente e arrivò alle orecchie di Agricola, prefetto dell’imperatore Diocleziano per l’Armenia. Agricola non apprezzava che la fama di un qualunque vescovo si accrescesse così a dismisura e decise, con una scusa, di convocare il vescovo Biagio. Trovandoselo davanti Agricola decise che era meglio eliminarlo per evitare che il popolo ne facesse un santo. Detto fatto, lo fece scorticare vivo con pettini per cardare la lana e infine lo fece decapitare. Da allora la devozione popolare accrebbe la fama del Santo guaritore ed egli divenne così protettore dei cardatori e dei materassai, onore dovuto allo strumento che era stato usato per martirizzarlo, e santo da invocare per guarire dai problemi alle vie aeree. La sua festa fu stabilita al 3 di febbraio e viene celebrata sia dai cristiani cattolici che dagli ortodossi. Le sue spoglie mortali sono sparpagliate un po’ in tutta Italia e forte è il suo culto con processioni e benedizioni ogni 3 febbraio per preservarsi da raffreddori e dai mal di gola, mangiando del pane benedetto avenzato dal giorno di Natale e toccando la gola con due candele incrociate. Il culto di San Biagio segue la festa della Candelora che si celebra il 2 febbraio e che a Milano era molto sentita. Ecco che al pane benedetto venne sostituito nei secoli un pezzetto di panettone di Natale, il pane per eccellenza più sacro delle feste.

Domenica, Febbraio 5, 2012

Le cricche agiografiche della Cri

Bellino, sto santo!    Nel lontano secolo dodicesimo visse, ma non si sa bene dove nacque, forse sulle rive del mar Baltico, dove sei città se ne contendono i natali, forse nel padovano, tale Bellino, oggi detto di Padova, essendo poi stato vescovo di tale città. Egli giunse nella sua diocesi in un brutto brutto periodo per la Chiesa, travagliata da lotte intestine tra papi ed antipapi e dal contrasto verso l’esterno con l’imperatore del Sacro Romano Impero. La città di Padova non era immune a tali turbolenze, ma Bellino seppe farsi valere. Riuscì dunque ad attuare diverse riforme, tra cui l’apertura di scuole e l’organizzazione di nuove parrocchie, per la cura delle anime. In tal modo finì per stimolare una certa emancipazione del popolino e dei servi della gleba, il che provocò - ahilui - le ire del capofamiglia dei Capodivacca, signorotto locale. Il quale signorotto, senza troppi scrupoli, lo fece uccidere da sicari che lo aggredirono lungo la strada mentre si stava recando in pellegrinaggio a Roma, o, secondo un’altra versione dei fatti, mentre andava in visita al monastero di Vangadizza. Il suo corpo fu deposto in una chiesetta che, pochi anni dopo, venne travolta da un’inondazione: le spoglie di Bellino rimasero per trent’anni sotto le macerie, fino a che gli abitanti del vicino paese di S. Martino di Variano lo estrassero e lo portarono nella loro chiesa che, insieme al paese, finì per prendere il nome del morto che ospitava, che nel frattempo era stato dichiarato martire e canonizzato. Quindi oggi chi ne cercasse le tracce dovrebbe recarsi non già a San Martino ma a San Bellino, in provincia di Rovigo.

Mercoledi, Febbraio 1, 2012

Le cricche agiografiche della Cri

Le fortune di un donnino perbene  Oggi si festeggia San Donnino, nome maschile che all’anagrafe si è fatto raro, o addirittura è sparito, non così nella toponomastica. Esistono almeno nove paesi che portano il nome del Santo di oggi: Cavaglia San Donnino, in provincia di Novara, due San Donnino in provincia di Reggio Emilia; e poi uno in ciascuna delle province di Ancona, Pesaro, Arezzo, Firenze, Modena e Lucca. Ma il paese più importante che portava questo nome era, fino a qualche tempo fa, Borgo San Donnino, che venne non diciamo ribattezzato, ma piuttosto sbattezzato, per rendergli l’antico nome di Fidenza, nome augurale di una colonia romana, simile a quelli di Fiorenza, Piacenza e Potenza. Borgo San Donnino portava il nome del Santo con buon diritto, perché proprio lì, sulla via Claudia, il cristiano Donnino, che fuggiva incalzato dalla persecuzione di Massimiano, venne raggiunto e martirizzato, all’inizio del IV secolo. Oggi è patrono della città e della diocesi.

Giovedi, Gennaio 26, 2012

Le cricche agiografiche della Cri

tavolasantagataAggiungi un po’ ‘sta tavola  Agata era una giovine fanciulla nata e vissuta a Catania nel III secolo dopo la venuta del Signore. Già dal nome si capiva che sarebbe diventata santa: l’etimologia di Agata è agathos, che in greco vuol dire buono. E infatti fin da piccola prende la decisione di consacrare la propria vita interamente a Cristo. Giunta all’età adeguata, chiede ed ottiene dal vescovo di Catania di essere accolta nel novero delle vergini sacre, tramite la cerimonia detta velatio, durante la quale le viene imposto il flammeum, cioè il velo rosso che contraddistingue le suddette vergini. Oggi tale velo viene venerato come importante reliquia dai catanesi, che gli attribuiscono la capacità di fermare le colate di lava dell’Etna. Fatto sta che un brutto giorno il proconsole Quinziano decide che questa vergine, oltre che agathos è pure proprio bella, e comincia a tramare per levarsi un qual certo prurito risvegliato dalla vista della giovine… Ma la volontà della fanciulla è ferma e a nulla valgono i tentativi di persuaderla a concedersi, nemmeno la convivenza forzata con una sacerdotessa dedita alla prostituzione sacra, che insieme con le nove figlie cerca di darle ogni sorta di cattivo esempio, ma niente. Insomma, va a finire che il proconsole si spazientisce e passa alle maniere forti: la fa processare in quanto cristiana, imprigionare e torturare, ma niente da fare, Agata non cede. Fino a che, stremata dai supplizi cui viene impietosamente sottoposta, muore. Alcuni cristiani che avevano assistito al processo e al martirio si prendono cura delle sue spoglie mortali e poi depongono il cadavere in un sarcofago di pietra, anche quello venerato ancora oggi, sempre a Catania. Mentre lo stanno per chiudere si avvicina un giovinetto tutto bianco e splendente e poggia una tavoletta di marmo accanto al capo della santa, su cui un’iscrizione ne elenca e riassume le virtù: M. S. S. H. D. E. P. L., acronimo in latino che significherebbe “Mente santa e spontanea, onore a Dio e liberazione della patria”. Oggi tale tavola si dice sia conservata in un reliquiario di legno dipinto del Duecento, che si trova nella Chiesa di Sant’Agata a Cremona, dove i fedeli la venerano ogni anno in occasione della festa della santa, a febbraio. In realtà non è per nulla certo che il reliquiario contenga una tavoletta di marmo, anzi, recenti indagini radiografiche sembrano addirittura smentire tale credenza, ma nessuno vuole osare aprire la scatola e guardare che cosa c’è dentro, quindi si rimane nel dubbio…

Martedi, Gennaio 24, 2012

Le cricche agiografiche della Cri

Saint_pelagiaOttottobre Il giorno 8 ottobre si festeggia Santa Pelagia. Ma quale delle tante? Il Martirologio Romano ricorda quattro sante con il nome di Pelagia, ma si tratta di un caso, non raro, di sdoppiamento, anzi di doppio sdoppiamento, perché delle due donne con questo nome una sola sarebbe la santa autentica. Sembra che la notorietà di una penitente, della quale parla S. Giovanni Crisostomo in uno dei suoi sermoni, abbia oscurato il nome e la vicenda di una giovane martire di Antiochia di nome Pelagia, vittima della persecuzione di Diocleziano. La fanciulla, quindicenne, testimoniò in modo insolito la sua fedeltà a Cristo: quando i soldati dell’imperatore si recarono alla sua dimora per tradurla davanti al tribunale che l’avrebbe sicuramente condannata perché cristiana, Pelagia domandò loro di permetterle di mutarsi d’abito. Avuto il permesso, salì al piano superiore e ben sapendo a quale trattamento indegno sarebbe stato esposto il suo corpo, per presentarsi incontaminata al cospetto dello sposo divino si gettò dalla finestra, andando a sfracellarsi al suolo. La donna di cui parla invece S. Giovanni Crisostomo era una ballerina di Antiochia, che la gente chiamava Margherita, cioè perla preziosa, per la rara bellezza del suo volto e per i ricchi ornamenti del suo corpo, così appariscenti da distrarre lo stesso vescovo della città, il non identificato Nonno, mentre si recava in processione al sinodo. Il buon vescovo, dopo un attimo di smarrimento, si ricompose e trovò il modo di trarre un utile insegnamento morale da quella distraente apparizione: se una donna - commentò - si rende così bella per compiacere a un uomo mortale, come dovremmo adornare noi la nostra anima destinata al Dio eterno? Quella donna fu toccata dalla grazia ascoltando occasionalmente le parole del vescovo. Andò poi a prostrarsi ai suoi piedi e ottenne il battesimo. Mutò quindi i preziosi abiti con la tunica del penitente. Per far perdere le proprie tracce, si travestì da uomo e, lasciata nottetempo la città di Antiochia, si recò a piedi fino a Gerusalemme, dove visse i restanti anni della sua vita chiusa in una grotta sul monte degli ulivi, celandosi sotto il nome maschile di Pelagio. Scoperta la sua vera identità dopo la morte, ebbe col nome di Pelagia la devozione di tutti i cristiani. Quali delle due Pelagie commemora l’ottottobre il calendario cristiano? La giovinetta vergine e martire o la penitente? Poiché la Chiesa primitiva riservava un culto speciale alla memoria dei martiri, possiamo ritenere che la santa onorata in questo giorno sia la giovinetta di Antiochia.

Giovedi, Gennaio 19, 2012

Le chicche agiografiche di MariaRosa

Mettete dei fiori nelle vostre stimmate   Molti sono stati i santi ed i beati che nei secoli hanno ricevuto come segno della loro devozione le stigmate, dal greco stigma, ovvero i segni della crocifissione di Cristo, su mani e piedi. San Francesco fu il primo che ufficialmente le ricevette, così come una lacerazione sul costato nello stesso punto in cui venne ferito Gesù dalla lancia del soldato Longino. Ai giorni nostri celebri sono le stigmate di Padre Pio, ormai divenuto santo. Emblematico però è il caso delle stigmate di Santa Elisabetta d’Ungheria, figlia del regnanti di quel paese e, rimasta vedova giovanissima, fattasi francescana. Diventata patrona degli infermieri per la cura con cui seguiva gli infermi, è anche patrona dei panettieri poichè secondo la tradizione avrebbe trasformato in rose i pani che aveva nascosto al marito per darli ai poveri e gli ammalati. L’iconografia la ritrae quindi con un cesto di rose o di pane. Ma la cosa più curiosa è che dalle stigmate che le furono impresse pare nascessero dei gigli, che venivano tagliati e posti sull’altare.

Lunedi, Dicembre 26, 2011

Le chicche agiografiche di MariaRosa

Il prototipo di tutti i santi  Santo Stefano è detto protomartire poichè fu il primo seguace di Cristo a sacrificare la propria vita per la causa. Fu il primo dei 7 diaconi scelti dagli apostoli per aiutarli nella diffusione del messaggio cristiano. Fu ucciso mediante lapidazione e pertanto l’iconografia tradizionale lo rappresenta con delle pietre sull’aureola. Il povero Stefano non ha mai avuto l’onore di una chiesa a lui dedicata per contenerne le spoglie mortali, poichè venne prima tumulato nella chiesa di San Giorgio Maggiore a Venezia e infine traslato a Roma, a seguito delle soppressioni napoleoniche, e sepolto in San Lorenzo Fuori le Mura. La celebrazione liturgica di Santo Stefano Protomartire è stata da sempre fissata al 26 dicembre, subito dopo il Natale, perché nei giorni seguenti alla manifestazione del Figlio di Dio, furono posti i Comites Christi, cioè i più vicini compagni di Cristo nel suo percorso terreno e quindi i primi a renderne testimonianza con il martirio. Così al 26 dicembre c’è Stefano, segue al 27 San Giovanni Evangelista, il prediletto da Gesù, autore del Vangelo dell’amore. Poi il 28 i Santi Innocenti, ovvero i bambini uccisi da Erode con la speranza di eliminare anche il Bambino di Betlemme, mentre secoli addietro anche la celebrazione dei Santi Pietro e Paolo Apostoli cadeva nella settimana dopo il Natale, venendo poi trasferita al 29 giugno. In realtà il 29 giugno è il più antico esempio della trasfigurazione a Roma di una festa pagana in una celebrazione cristiana. Proprio in quel giorno venivano ricordati Romolo e Remo, quindi a loro la chiesa sovrappose le figure dei due santi apostoli alla stregua di fondatori di una nuova Roma cristiana.