Chicche e Cricche
Giu 04
Le chicche proverbiali di MariaRosa
Se sei prezioso ti tirano le pietre… Essere la pietra di paragone in senso figurato significa essere termine di confronto, metro di giudizio. E’ la prova con cui si chiarisce definitivamente una situazione rivelando il valore o le vere intenzioni di una persona. L’originale pietra di paragone è una varietà di diaspro nero, una forma cristallina della silice dal nome scientifico di Lapis Lydius, ovvero pietra della Lidia, usata per saggiare oro e leghe d’oro e accertarne il grado di purezza. Su di una pietra di paragone può essere verificata la purezza di qualsiasi metallo tenero confrontando il colore delle tracce che si formano strofinandovelo sopra e permettendo quindi di risalire al contenuto in metallo prezioso. La pietra del paragone è invece un’opera lirica poco conosciuta di Gioachino Rossini con libretto di Luigi Romanelli. In inglese la pietra di paragone è detta touchstone e la Touchstone Pictures è una divisione cinematografica della Walt Disney Company creata per produrre e commercializzare film non propriamente adatti ad un pubblico infantile. La Touchstone Pictures ha anche una propria sottodivisione televisiva, la Touchstone Television, produttrice di telefilm di culto come Lost e Desperate Housewives.
Giu 03
Le cricche truffaldine della Cri
Maestro, i denti del mio nonno faranno le bollicine? Nel 1950 il professor Paul Robert Coleman-Norton, uno stimato storico di Princeton, pubblicò sulla rivista “Catholic Biblical Quarterly” un curioso articolo dal titolo “Un divertente agraphon”. Agraphon, che in greco significa “non scritto”, in teologia sta ad indicare un insegnamento o un discorso di Gesù, ritenuto vero pur non comparendo in nessuno dei vangeli canonici. L’eccentrico professore narrava nel suo articolo di essersi imbattuto fortuitamente, durante il secondo conflitto mondiale, in un frammento in greco, traduzione di un antico corpus di omelie sul vangelo di Matteo. In particolare, racconta lo storico, aveva trovato un passo che doveva essere la continuazione del versetto 42 del capitolo 13 di quel vangelo, dove Gesù annuncia che, alla fine dei tempi, gli “operatori di inquità” saranno raccolti dai suoi angeli e “gettati nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.” L’agraphon continuerebbe con la domanda di un discepolo: “Ma Rabbi, come può accadere questo per quelli che non hanno denti?” Al che la risposta del Maestro sarebbe stata: “O uomo di poca fede! Se qualcuno non ha i denti, i denti gli verranno dati!” Si tratta in verità di una truffa bella e buona, architettata dal professore buontempone per il puro gusto della burla e dello scherzo letterario.
Giu 02
Le chicche etimologiche di MariaRosa
Ma quanto sei tedesco!!! E’ ormai di uso comune il termine crucco per indicare in modo un po’ dispregiativo i tedeschi, gli austriaci o comunque coloro i quali parlano la lingua di Goethe. La parola kruh in serbocroato e in sloveno significa pane e durante la prima guerra mondiale venne utilizzati dai soldati italiani al fronte per soprannominare i prigionieri austriaci di nazionalità croata, serba e slovena. Essi infatti, affamati, chiedevano insistentemente kruh, cioè pane, ai loro carcerieri. Da questa invocazione nacque il soprannome crucco e anche il termine terra crucca per indicare l’ormai sconfitto Impero Asburgico. Durante la seconda guerra mondiale l’uso del soprannome si rafforzò ampliandone l’utilizzo a tutti coloro i quali parlavano tedesco, siano stati essi tedeschi o austriaci, anche perchè con il Terzo Reich erano parte di un’unica nazione. Da qui anche una maggiore connotazione dispregiativa verso tutto ciò che era tedesco e quindi nemico.
Giu 01
Le chicche storiche di MariaRosa
Memoria La celeberrima insegna posta sul cancello di ingresso del lager di sterminio di Auschwitz venne forgiata da un gruppo di prigionieri sotto la guida di Lan Liwacz, fabbro polacco internato politico del campo, nel 1940. La macabra ironia del motto, Arbeit macht frei, il lavoro rende liberi, ne ha fatto uno dei più agghiaccianti simboli della Shoah. La lettera B della parola arbeit venne volutamente montata all’incontrario, con l’occhiello più grande della lettera in alto invece che in basso, come atto nascosto di protesta da parte dei creatori dell’insegna.
Maggio 31
Le cricche pittoriche della Cri
Non vedo, non sento, non parlo. Però disegno Il turco Esref Armagan nasce nel 1953, cieco da entrambi gli occhi. La sua famiglia non è esattamente benestante ed egli non riceve un’istruzione regolare. Ciononostante impara da solo a leggere e scrivere, ma soprattutto a disegnare e dipingere quadri. Il che non è banale, per un cieco. I suoi dipinti di oggetti e paesaggi sono riproduzioni sorprendentemente fedeli della realtà. Ancor più sconcertante però può essere scoprire che è riuscito a sviluppare una propria tecnica per eseguire perfino dei ritratti.
Maggio 30
Le chicche ittiche di MariaRosa
Che palla sto pesce!!! I tetraodontidae sono una famiglia di pesci dalle caratteristiche particolari: si gonfiano per incutere timore ai nemici e sembrare più grossi. I comunemente chiamati pesci palla fanno parte di questa famiglia che prende il nome dal fatto che i pesci hanno quattro denti fusi in un becco, adatto a troncare conchiglie, crostacei e rametti di corallo. Caratteristica peculiare è anche essere dei pesci molto velenosi a causa della tetradotossina, veleno molto più potente del cianuro, che prende il nome proprio da tetraodontidae. Un milligrammo di tetradotossina, quantità che può essere contenuta nella capocchia di uno spillo,è sufficiente ad uccidere una persona causando il blocco della conduzione nervosa e provocando quindi paralisi, vomito, diarrea, convulsioni, blocco cardiorespiratorio fino alla morte. Il primo caso registrato di avvelenamento da tetrodotossina risale ai diari di bordo del capitano James Cook e riguardò dei maiali imbarcati che furono nutriti con parti tossiche di pesci palla pescati dal suo equipaggio. In Giappone il pesce palla si chiama fugu ed è considerato una vera prelibatezza. Viene consumato anche per il gusto del brivido di sconfiggere la morte e i cuochi devono essere veramente molto esperti nella sua preparazione. Il segreto è lasciare una quantità infinitesima della tossina altrimenti mortale, tale da indurre una leggera euforia e un po’ di formicolio alle labbra e alla lingua. Se preparato in maniera scorretta il veleno mortale, contenuto prevalentemente negli organi del fugu, specialmente in fegato, ovarie e pelle, non lascia scampo. Pertanto solo cuochi accreditati hanno il permesso di preparare il fugu, anche se ogni anno ci scappa qualche morto. In Italia il consumo e la commercializzazione di questi pesci è vietato per legge dal 1992.
Maggio 29
Le chicche proverbiali di MariaRosa
Borlotti? Prooooooot! Tra le locuzioni verbali più diffuse troviamo cadere a fagiuolo, con le sue varianti arrivare a fagiuolo e capitare a fagiuolo. L’origine è a dir poco controversa, ma le due più plausibili sono le seguenti. Secondo la prima versione, l’espressione deriverebbe dal movimento con il quale il fagiolo si stacca dalla pianta, poichè viene raccolto quando il baccello è completamente secco e quindi basta un semplice tocco al legume per farlo cadere. I raccoglitori di fagioli pongono le ceste sotto le piante ormai secche e con un semplice tocco fanno in modo che i baccelli vi caschino dentro. Questo rende la raccolta dei fagioli quasi un divertimento, data la semplicità del lavoro. Da qui l’espressione cascare a fagiolo, cioè qualcosa che accade nel posto giusto al momento giusto. Secondo altra versione capitare a fagiolo vorrebbe significare avere un colpo di fortuna, ottenere qualcosa di positivo al momento giusto e deriverebbe dall’usanza di rappresentare il fagiolo nei monili delle matrone romane e delle fanciulle greche perché esse ritenevano che questo piccolo oggetto portasse fortuna e amore. Un po’ come accade con le lenticchie e la loro fama di portafortuna grazie alla loro somiglianza a delle piccole monete. Ecco quindi che a Capodanno è d’obbligo mangiarne tante in modo da propiziarsi la fortuna di fare soldi per tutto l’anno nuovo.
Maggio 28
Le cricche operistiche della Cri
Parigi è cara La prestigiosa Accademia musicale di Santa Cecilia viene fondata nel lontano 1585 da Sua Santità il papa Sisto V. Nientemeno. Si tratta di una delle più antiche istituzioni musicali al mondo: nacque come congregazione che si poneva sotto l’egida di San Gregorio Magno, che dà il nome al canto gregoriano, e Santa Cecilia, patrona dei musicisti. Inizialmente la congregazione era aperta ai soli uomini, ma nel 1775, l’appena sedicenne Maria Rosa Coccia ricevette, prima donna nella storia, il titolo di Maestra Compositora Romana da una severa commissione di maestri di cappella della congregazione. Nulla a che vedere col teatro Coccia di Novara, che venne inaugurato nel 1888 e intitolato a Carlo Coccia, compositore d’opere napoletano che collezionò numerosi successi e riconoscimenti, nonché ingaggi nei più svariati teatri d’Europa, per poi tornare in Italia, dove divenne insegnante presso l’Accademia musicale di Torino e poi Maestro di Cappella del Duomo di Novara.
Maggio 27
Le chicche mortuarie di MariaRosa
Un cappio di raso rosa La celeberrima danzatrice americana Isadora Duncan faceva andare in visibilio le folle durante i suoi spettacoli nei teatri di tutto il mondo con i suoi passi innovativi ed è tuttora considerata la madre della danza moderna. Diva e artista, frequentava il bel mondo di inizio novecento ed elesse il mitico Hotel Negresco di Nizza come sua residenza. La Duncan ebbe un vita piena di trionfi e di disperazione, avendo perso due figli ancora piccoli in un tragico incidente d’auto, morti annegati rinchiusi in un’automobile precipitata nella Senna. Da allora, dice la leggenda, scelse di guidare solo auto decapottabili. Un terzo figlio morì appena nato tra le sue braccia. Fu proprio su di una splendida Bugatti decapottabile che il 14 settembre 1927 a Nizza morì tragicamente, strangolata dalla sua stessa lunghissima sciarpa, le cui frange si erano impigliate nelle ruote dell’auto sulla quale era appena salita, proprio di fronte all’Hotel Negresco. Si era pocanzi accomiatata da un gruppo di amici con la frase che rimarrà famosa ”Addio, amici, vado verso la gloria!”.
Maggio 26
Le chicche mitologiche di MariaRosa
Io, Io, Io solo Io Secondo la mitologia greca Io era una principessa e sacerdotessa della dea Era. Zeus la vide e si innamorò di lei, ma, temendo la gelosia di Era, quando la andava a trovare si nascondeva in una nuvola dorata.Era però, accortasi del sotterfugio, per vendetta trasformò la giovane in una giovenca, ma Zeus, furbetto, continuò a vedere Io trasformandosi in toro. Stanca delle continue scappatelle del marito, Era decise di far sorvegliare Io da Argo, il gigante dai cento occhi. Il dio Ermes, incaricato da Zeus, addormentò Argo e lo uccise. Furiosa per questo Era inviò un tafano a pungere la povera Io trasformata in mucca. Infastidita fino alla follia dal tafano Io cominciò a correre per tutta la Grecia cercando di sfuggire all’insetto. Arrivata al braccio di mare che divide l’Europa dall’Asia lo attraversò a nuoto. Da quel giorno questo stretto prese il nome di Bosforo, in grecoΒόσπορος, ovvero il passaggio della giovenca. Infine Io potè giungere in Egitto dove partorì Epafo, frutto dell’amore con il padre degli dei, e grazie alle carezze di Zeus recuperò le proprie fattezze umane. L’ira di Era non era però stata soddisfatta, così che ordinò ai suoi sacerdoti guerrieri, i curetes, di sequestrare il neonato. Questi obbedirono e portarono via dalla madre il piccolo Epafo, ma furono scoperti e castigati da Zeus, che li annientò con un suo fulmine, senza però che rivelassero il nascondiglio del neonato. Così la sventurata Io iniziò un nuovo viaggio, questa volta in cerca di Epafo, che incontrò in Siria, dove lo allattava Astarté, la sposa del re Malcandro di Biblos. Quando finalmente Io tornò in Egitto con suo figlio si sposò con Telegono, re del luogo, e per questo Epafo ereditò il regno quando questi morì.
Maggio 25
Le cricche culinario-etimologiche della Cri
Ridi ridi, che la mamma ti fa nero Il
riso nero Venere è una varietà di riso nato nella Pianura Padana tramite un processo di selezioni ed incroci effettuato da un ricercatore cinese al soldo di un centro di sperimentazione del riso. Partendo da una varietà filippina è riuscito ad ottenere questo degno successore di quello che in Cina è tradizionalmente noto come
riso dell’Imperatore. Si tratta infatti di una varietà di riso molto rara e di difficile coltivazione, che lo rende pregiato e adatto solo alle tavole più altolocate, dal caratteristico colore naturalmente scuro, ripreso fedelmente dal nostro
Venere. Tale colore è dovuto ad una naturale pigmentazione del rivestimento dei chicchi, che ha la facile tendenza a trasferirsi sul cucchiaio di legno. Inoltre, durante la lunghissima cottura, questo colorato riso sprigiona un buon profumo simile al sandalo o al pane appena sfornato. O almeno questo è ciò che recita la confezione. Il nome di
riso Venere ovviamente arriva dritto dritto dalla dea romana dell’amore, a causa delle proprietà afrodisiache attribuite al
riso dell’Imperatore. Pare che etimologicamente questo nome, alla stessa stregua dei termini
venerare e
venerazione, riprenda la radice
van-, già esistente nel sanscrito
vanati, ovvero desiderare, amare, onorare, e
vanas, amabilità, che ricompare nel latino
venia, cioè indulgenza, favore, perdono, e anche nell’antico alto tedesco
wini, amico, e
wunsc, desiderio. Il nome greco della divinità,
Afrodite, pare derivi dal greco
aphros, che significa spuma, richiamando il mito della nascita di Afrodite dalla schiuma originatasi tra le onde del mare, dove erano cadute alcune gocce di sperma di Urano, evirato dal figlio Crono, che poi avrebbe suo malgrado generato Zeus, dal quale a sua volta sarebbe stato spodestato ed usurpato del suo ruolo di capo degli dèi.
Maggio 24
Le chicche geografiche di MariaRosa
Fiori rosa, fiori di Firenze L’attuale nome di Firenze ha origine da quello più antico di Fiorenza con cui era conosciuta in tutto il mondo la città toscana nel suo periodo di massima fioritura, quindi intorno al 1500. Fiorenza a sua volta derivava dal latino Florentia, città fondata dai romani nel 59 a.C. durante le celebrazioni per l’avvento della primavera. Nei giorni tra il 28 aprile il 3 maggio si attuavano infatti grandi festeggiamenti in onore alla dea Flora, la dea dell’avvento della bella stagione, durante i quali venivano indetti i cosiddetti Ludi Florales, giochi e competizioni pubbliche in onore della dea. Ecco che la nuova città prese il nome dalla dea Flora. Ancora oggi lo stemma di Firenze è il giglio rosso, una variante dell’iris fiorentino di colore bianco molto diffuso nel territorio.
Maggio 23
Le chicche proverbiali di MariaRosa
Non è vero che tutto fa brodo… Il modo di dire andare in brodo di giuggiole fa riferimento al contenuto zuccherino delle giuggiole, piccoli frutti commestibili, che se macerati quasi fossero in un brodo rilasciano la loro dolcezza. Pertanto si usa per indicare una sensazione di forte godimento, un gongolare di gioia. Il giuggiolo ha come nome botanico Ziziphus zizyphus, noto anche come dattero cinese, da cui deriva l’attuale nome, rimanendo nel dialetto veneto col termine zizoe, indicante il frutto. Secondo gli scritti di Erodoto le giuggiole potevano essere usate, dopo aver fermentato, per produrre un vino. Pertanto fin dall’antichità i frutti del giuggiolo erano usati per produrre alcolici. Il brodo di giuggiole oggigiorno è anche un liquore tipico dei Colli Euganei, in modo particolare della bella cittadina di Arquà Petrarca, e si ottiene dalla distillazione delle giuggiole appassite.
Maggio 22
Le cricche botanico-stupefacenti della Cri
Charlie fa surf Il sassofrasso, per i botanici Sassafras albidum, è una pianta coltivata principalmente per il suo profumo, originaria del nordamerica ma oggi nota anche altrove. Per esempio, in Portogallo la chiamano canela-de-sassafràs, giusto per la cronaca. Possiede svariate proprietà medicinali e non. In Louisiana si utilizzava l’olio ottenuto dalle radici per confezionare una tradizionale bevanda non alcolica, chiamata root beer (ovvero, la birra dei rutti. Nomen omen?). Ma il prodotto forse di maggiore successo è il safrolo, olio aromatico contenuto anche nella noce moscata e nella vaniglia, a partire dal quale fu sintetizzata per la prima volta nel 1912 la famosa MDMA, o 3,4-metilenediossimetamfetamina, meglio nota al pubblico profano di chimica col nome di Ecstasy. Conobbe grande popolarità negli States nei primi anni ’80 del secolo scorso, per le sue proprietà sedative ed ansiolitiche: prima di essere ufficialmente messa al bando come droga veniva utilizzata nelle terapie di coppia, sotto supervisione di un analista. Dopodiché, varcato il confine della legalità, è passata a solleticare gli appetiti d’altro genere di pubblico, principalmente i cosiddetti discotecari, non necessariamente tutti i discotecari, ovviamente, che la consumano preferibilmente sotto forma di simpatica pastiglietta colorata e decorata con i loghi più fantasiosi. Esiste anche la possibilità di sciogliere la polverina bianca contenente il principio attivo in una bevanda, magari alcolica che aiuta, che così elaborata può prendere il nome gergale di morbidone o beverone. La Cri è rimasta un poco colpita da quest’ultima rivelazione, essendo che le sue fatine del pane preferite le vendono spesso dei saporiti e sofficissimi pagnottoni da loro denominati proprio morbidoni…
Maggio 21
Le chicche etimologiche di MariaRosa
Nani e ballerine Il termine teppista prende origine dalle azioni svolte all’inizio del XIX secolo da un banda di giovani milanesi che si faceva chiamare Compagnia della Teppa. Essi si riunivano abitualmente nelle gallerie che corrono sotto il Catello Sforzesco, le cui pareti sono ricoperte di muschio, detto teppa in dialetto milanese. La combriccola era dedita a fare scherzi piuttosto pesanti, ultimo dei quali fu la celeberrima “avventura dei nani” a Villa Simonetta, affittata per una festa organizzata dalla compagnia. Vennero invitati nani, storpi e gobbi con la promessa di una serata di follie in compagnia di belle donne dai facili costumi. Tra essi l’allora famoso Gasgiott, soprannome che deriva dal termine con cui in dialetto milanese si indica l’organo maschile, vero leader dei nani, uomo deforme, brutto oltre ogni limite, violento e sessuomane. Gli uomini vennero vestiti con abiti eleganti e furono invitate ragazze di buona famiglia promettendo loro una serata in compagnia di uomini di classe, tra cibi raffinati e danze coinvolgenti. Arrivate alla villa le sprovvedute vennero fatte accomodare a tavola e in quel mentre entrarono gli ospiti. I nani, convinti dalle promesse della Compagnia che le ragazze fossero consenzienti, si avventarono su di loro. Si degenerò presto in una lotta a colpi di unghie e schiaffi tra i nani e le ragazze e nel momento in cui i ragazzi della compagnia cercarono di soccorrere le ragazze cominciarono a volare pugni e coltellate. Intervenne la polizia austroungarica, giusto in tempo per fermare la rissa. Come conseguenza la Compagnia fu sciolta e molti dei suoi componenti furono allontanati dalla città: alcuni furono costretti a partire per il servizio militare, mentre altri vennero esiliati in Piemonte o in Svizzera.